La Fiom resta ancora sola
LAVORO. Al 25esimo congresso nazionale dei metalmeccanici Cgil interviene Guglielmo Epifani. Accuse dure al governo ma pochissime aperture alle analisi e alle proposte che invocano “democrazia e conflitto”.
Continuerà la sua battaglia in salita la Fiom, e ancora sola. L’intervento di Guglielmo Epifani, il segretario della Cgil che esce vincente dal congresso in corso, ieri al 25 esimo congresso nazionale dei metalmeccanici, infatti non ha potuto che confermare la diversità delle linee di analisi e di azione tra Gianni “il duro” Rinaldini e Guglielmo “il riformista” Epifani.
Eppure la divergenza tra i due uomini, non è ne caratteriale ne stilistica. Rinaldini e la Fiom denunciano da tempo che le misure del governo, le nuove regole contrattuali, segnano la fine del sindacato così come lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso. Per alcuni la fine del sindacato tout court. Non sono servite a nulla le proteste dei metalmeccanici affinchè la Cgil tutta scioperasse contro la controriforma in atto. Ne è servito l’appello a non firmare i nuovi contratti nelle altre categorie.
Forse nei tecnicismi delle metodologie contrattuali, e nella cronaca dei giornalisti che seguono le tematiche sindacali è andato perduto un elemento essenziale, fondamentale. Forse è questa la spiegazione del fatto che il sindacato entra in un’altra era senza fare troppo rumore.
L’elemento sostanziale che forse è andato perduto è che con le nuove regole il contratto nazionale è di fatto smontato da un dedalo di deroghe possibili a livello aziendale. E che ora è possibile che organizzazioni di settore minoritarie firmino contratti di categoria con le controparti che poi vengono applicati a tutti i lavoratori. Anche quelli che non hanno potuto esprimersi sull’accordo.
Forse quello che i media non sono riusciti a raccontare è che sta morendo il sindacato che discute e lotta per una diversa distribuzione del reddito nazionale. Per dare vita a un sindacato che si occupa essenzialmente di gestire servizi al lavoratore e all’impresa su base bilaterale. Sta morendo il sindacato che pensa il mondo, i processi produttivi a livello internazionale. Recede il sindacato attore politico che non teme il conflitto. Il sindacato che pensa i modelli di convivenza sociale, che rappresenta il luogo dell’integrazione, la culla di civiltà e della solidarietà cede il passo a una idea di sindacato più soft. Che, evidentemente, cerca la sua legittimazione nella controparte invece che in coloro che rappresenta.
Forse è normale che a lanciar questo grido di dolore siano i metalmeccanici. I lavoratori “simbolo” del novecento che ha visto l’esplosione del capitalismo industriale. Quelli che oggi, con il trasferimento delle produzioni nei paesi in via di sviluppo, pagano il prezzo più alto nella crisi.
Ieri a Montesilvano Epifani ha picchiato duro sul governo, un modo in fondo semplice di raccogliere consenso davanti a una platea non calorosissima. Una platea che ha capito che la Cgil ha avviato un percorso di “rientro dolce” al tavolo con il governo. Una politica di “riduzione del danno” in una contingenza economico-politica assolutamente sfavorevole.
Anche se Epifani ha dichiarato che: «Non possiamo immaginare una stagione in cui la Cgil non possa esercitare la contrattazione: dobbiamo riconquistare un modello contrattuale degno. Un sindacato che non contratta perde la sua identità». Parole a parte resta il senso che la linea politica scelta lascia la Fiom, con la sua analisi e la sua visione del sindacato, ancora sola.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







