La Lega nord all’assalto delle banche
POTERE. Dopo il disgraziato esordio con Credieuronord, l’istituto bancario fallito e “seppellito” dal duo Fiorani-Fazio ai tempi dei furbetti, le camicie verdi ci riprovano. Ma stavolta mirano in alto: Intesa e Unicredit.
Quello che non poté Tremonti, con il suo tentativo di riforma delle Fondazioni, bocciato dalla Consulta nel 2003, potrà l’importante affermazione elettorale della Lega. è stato Bossi stesso a cancellare i dubbi residui: «è chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice “prendete le banche” e noi lo faremo». La Lega si rituffa speranzosa verso Wall street, quindi, nonostante la figuraccia della Credieuronord con i suoi imbarazzanti annessi fallimentari (incluso il ruolo del banchiere di Lodi Fiorani e dell’ex governatore di Bankitalia Fazio); ma si sa, scordammece o passate va bene, in Italia, dalle Alpi alla Sicilia.
E’ uno scontro multilivello, molto polarizzato, con diversi interessi in campo, quello lanciato dalla Lega: che investe l’identità stessa del Carroccio. Uno scontro che, per semplificare, potremmo definire fra i “tre capitalismi”. Quello della Lega, il “capitalismo molecolare” del Nordest, come lo definì il sociologo Bonomi: un micro capitalismo a conduzione familiare che è cresciuto, negli anni ’80, anche sfruttando la svalutazione della lira, e che oggi è spaventato dalle liberalizzazioni, dalla concorrenza, dal grande capitale internazionale deterritorializzato. Dall’altra parte c’è il capitale di vecchia tradizione, quello del Nord-Ovest, finanziario, o dei poteri forti. Un capitale che si distingue in due tronconi. Uno, schiettamente finanziario, legato alle banche, fortemente liberista e internazionalista. è un capitale che, in questi anni, ha spesso sposato il centrosinistra dei Visco, dei Padoa Schioppa, delle liberalizzazioni e dell’austerità monetaria.
C’è, poi, il grande capitalismo industriale protezionista, che si è pasciuto di incentivi pubblici, che sostiene le privatizzazioni senza le liberalizzazioni, che incuba profitti negli ex monopoli. La Lega, da tempo, rappresenta il primo capitale, quello molecolare, con una richiesta semplice e netta: «Le Fondazioni devono tornare sotto il controllo del territorio e i sindaci devono essere determinanti negli orientamenti delle erogazioni. Devono essere loro ad indicare le priorità di intervento», come ha dichiarato Flavio Tosi, sindaco di Verona. Con l’istituto delle Fondazioni, di diritto privato, infatti, il potere sarebbe potuto andare nelle mani di chiunque, privato o gruppo industriale. La Lega, invece, vuole rappresentare gli interessi di quel capitalismo molecolare e familiare che è in fisiologica contraddizione con gli altri due tipi di capitale, senza faccia e senza territorio. E’ su questo che Tremonti fu sconfitto, in passato. Sull’idea, cioè, di sottoporre le Fondazioni al controllo della politica, contro la visione di chi voleva che fosse il mercato a decidere. Ma, nonostante la bocciatura di Tremonti, ora, la Lega potrà controllare le Fondazioni e, ironia della sorte, anche quel capitale finanziario e “mercatista” per dirla con il Ministro del Tesoro, al quale la Lega si contrappose.
Il Carroccio oggi, grazie alle nomine delle Fondazioni che spettano ai sindaci, può influenzare le nomine di Intesa-Sanpaolo (di cui sono azionisti le Fondazioni Compagnia di San Paolo con il 9,8%, Cariplo con il 4,6% e la Cassa di risparmio di Padova e Rovigo con il 4,1%) e Unicredit (dove figurano Cariverona con il 4,9% e la Cassa di Risparmio di Torino con il 3,6%). «Le Fondazioni sono nate da banche di iniziativa pubblica e devono restituire al territorio le rendite di patrimoni costruiti con i soldi investiti da cittadini e imprese», insiste Tosi. Tutto bene, allora? Trionfa il capitalismo dal volto umano del Carroccio? Le contraddizioni fra capitalismi rischiano di essere solo teoriche, in realtà.
Le persone che siedono nei Cda di Spa pubbliche e private, sono sempre le stesse. La Lega, in fin dei conti, è alleata di Berlusconi che, da quando è presente in Mediobanca, rappresenta il “Grande Capitale”, non l’anarchismo anticapitalistico dei valligiani. C’è il sospetto che, in tempo di crisi, questi diversi capitalismi, in accordo con i territori della Lega, cioè gli Enti Locali, possano attuare una strategia comune, volta a ricavare facili rendite a spese dello Stato. Questa strategia si chiama “federalismo delle infrastrutture”.
L’esempio più succoso, al momento, è la BreBeMi, la concessionaria autostradale di proprietà di Province, Associazioni Industriali e Intesa Sanpaolo. La BreBeMi ha appena goduto di un ritocco dei costi gestionali del 300%, per grazia della Cal, il nuovo soggetto concedente (locale) subentrato ad Anas. La Cal, fra l’altro, è una creatura di Formigoni, di proprietà dell’Anas e di una Spa controllata dalla Regione Lombardia, la Infrastrutture Lombarde Spa, già lambita dalla indagini sugli appalti a favore di Impregilo e delle imprese cielline, nei casi Pirellone 2 e Niguarda. Altri affari lucrosi aspettano i comuni e le province del Carroccio, d’altronde; come i 94 km della Pedemontana Veneta. Perché, quindi, competere e liberalizzare quando sia i grandi gruppi finanziari ed industriali che i territori possono fare affari insieme? Tanto il conto lo paga lo Stato; alla faccia della “Roma ladrona”.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







