Marocco, tutti i rischi degli investimenti occidentali
FOCUS. A Essaouira lo sviluppo del turismo ha fatto sorgere circa 70 ristoranti e 130 tra alberghi e ostelli, per oltre 3mila posti letto. Ma la maggior parte dei proventi vola Oltreoceano gonfiando le tasche di Usa ed Europa.
Le coste atlantiche del Marocco sono da tempo un crocevia del turismo occidentale. Europei e americani vi trovano spiagge ampie e poco frequentate, sole caldo anche d’inverno, cultura e cibo in quantità, prezzi modici. Da quando Orson Wells, negli anni Cinquanta, girò nelle strade di Essaouira le scene del suo Otello, della regione si sono innamorati gli asceti del beat, i divi del pop, gli alternativi hippy e, per ultimi, gli amanti del surf. In tanti hanno lasciato alle ortiche il lusso e il comfort dell’Occidente per stabilirsi nei dintorni dell’antica Mogador portoghese, hanno comprato e restaurato le case antiche e cadenti della “medina” e vi hanno aperto piccole attività commerciali, ristorantini e ostelli. Grazie anche a questa rinnovata vitalità, nel 2001 i luoghi sono stati inseriti dall’Unesco nella lista dei patrimoni dell’umanità.
Ora già una seconda generazione di imprenditori d’oltremare fa ottimi affari in quei luoghi fortunati che la guida internazionale Lonely Planet inserisce nella top ten 2010 delle mete turistiche mondiali. E il fenomeno riguarda ormai tutta la costa, fin dove si spingono i villeggianti. Sulla spiaggia di Taghazout, destinazione molto gettonata pochi chilometri a nord di Agadir, ristori e alberghetti sono tutti nelle mani dell’imprenditoria straniera. «Tra i locali alcuni hanno provato a fare impresa - spiega la bionda Josephine, dagli Stati Uniti, che lavora alla reception dell’albergo di suo padre - ma i marocchini non sanno cosa vogliono gli europei». Allora ci si siede al tavolino della baracca affianco, affacciata sul mare, e si ordina un frullato di mango. Due euro per un intruglio immondo di latte e filamenti condito dal sorriso volpino del cameriere californiano. Venti metri più su, sulla strada nazionale, un tipico chiosco gestito da ragazzi del luogo offre ottimi frullati di frutta a metà prezzo. Ma purtroppo quelli “non sanno cosa vogliono gli europei”.
A Essaouira lo sviluppo del turismo ha fatto sorgere circa 70 ristoranti e 130 tra alberghi e ostelli, per oltre 3mila posti letto. Sul viale Ben Abdallah, una delle direttrici principali del centro storico, un venditore di tipiche schiacciatine all’olio fatte a mano lavora veloce di fronte a un’ampia piastra tonda sulla quale, dall’altro lato della strada, vengono confezionate maldestre imitazioni di crepes bretoni. Tra tajine di pesce e couscous, non è difficile imbattersi in fettuccine al ragù e hamburger. Prezzi alti, se paragonati alla media, ma pulizia e cortesia sono assicurati.
Secondo la locale Camera di commercio, grossomodo il 40 per cento dei ristoranti e il 55 per cento degli alberghi sono gestiti da occidentali, e combinano «una sensibilità tutta europea con una cauta attenzione verso l’eredità marocchina», recita un sito turistico. D’altra parte questo proliferare dell’imprenditoria straniera non mette proprio tutti d’accordo. Emma Wilson, arredatrice inglese che vive e opera a Essauoira, spiega che, a causa dell’intraprendenza degli occidentali, per imprenditori e lavoratori locali c’è sempre meno da fare e i vantaggi derivanti dalla creazione di nuovi posti di lavoro non controbilanciano le perdite. Come conseguenza del peggioramento delle condizioni economiche aumentano alcolismo e delinquenza, e la vivibilità dei luoghi peggiora. «All’inizio gli abitanti di Essauoira ci hanno accolto con grande calore ma adesso si percepisce un grande risentimento nei confronti degli stranieri che, come me, hanno acquistato casa in città e gestiscono un’attività».
L’eccessiva immigrazione, vista al contrario, ha avuto un impatto decisamente negativo sulla società marocchina, né più né meno di come succede da noi. In fin dei conti, la reale differenza tra il fastidioso «compra tappeto Marocco» sulle spiagge nostrane e l’offerta di una Coca Cola, comodamente seduto al tavolino in stile europeo con vista sull’oceano, è solo questione di proporzioni.
Intanto le strade strette di Essaouira si riempiono di francesi, italiani, spagnoli, olandesi, tedeschi, e alle edicole sono acquistabili i quotidiani europei. La città è accogliente e il turismo prospera. Altri 6mila posti letto si renderanno disponibili a breve in zona grazie al Plan Azur, un programma strategico di investimento sul turismo lanciato nel 2001. L’obiettivo nazionale dichiarato è un target di 10 milioni di visitatori nel 2010 e la creazione di 600mila posti di lavoro.
Un traguardo che sembra a portata di mano ma che vede in fila alla cassa i giganti europei del settore vacanziero, come il gruppo francese Accor. La gente del luogo si accontenta di far parte dell’indotto e migliora con questo il suo tenore di vita. Mentre una parte consistente della ricchezza prodotta in Marocco vola in Europa e negli Stati Uniti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







