Peshawar sotto attacco talebano, 30 morti nel Paese

Annalena Di Giovanni
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PAKISTAN. Prima l’assalto al consolato americano nella regione già bombardata dagli Usa, poi le esplosioni nel Nord. La nazione sembra ormai sull’orlo di una guerra civile tra islamisti e governo inesistente.

Una serie di esplosioni e più di trenta morti, il Pakistan sembra ormai ad un passo dalla guerra civile. Ha fatto scalpore l’esplosione di ieri al consolato statunitense di Peshawar. Due veicoli carichi di esplosivo avrebbero forzato l’ingresso della sede diplomatica, per poi detonare di fronte all’edificio. Sette i morti accertati, tutti di nazionalità pachistana. Un grave colpo, viste le misure di sicurezza che il consolato vantava; gli attentatori sembravano certi di dove andare e di come portare a termina la missione.
 
Peshawar è infatti il capoluogo della Nwfp, la provincia del confine nord-ovest, incuneata fra Afghanistan e Iran; una zona divisa fra una forte presenza baluchi e una popolazione pashtun, etnia di maggioranza fra i taleban. Peshawar è anche, da sempre, la retrovia dei movimenti jihadisti e di ogni sorta di cellula fondamentalista; un ruolo consolidatosi negli anni Novanta e peggiorato con i bombardamenti americani, che da anni prendono di mira i villaggi al confine in cerca di talebani, vessando di fatto la popolazione con attacchi indiscriminati.
 
Le massicce migrazioni dai monti del confine al centro urbano più vicino, Peshawar, stanno di fatto destabilizzando una regione già esposta al conflitto etnico fra governo centrale, baluchi e pashtun; una regione da mantenere a tutti i costi sotto controllo per la sua locazione nevralgica per i numerosi progetti di futuri corridoi energetetici in Asia Centrale. Ma i talebani non sono l’unica variabile impazzita nel complesso scenario pakistano, come dimostra un altro attentato avvenuto ieri, sempre a Peshawar, per motivi politici a quanto pare interni.
 
Un uomo si è infatti recato a piedi ad una manifestazione del partito Awami, formazione nazionalista filo-pashtun, per poi farsi esplodere. Almeno 38 le vittime accertate, un centinaio i feriti, e l’incongita del movente. Difficile far risalire l’ordigno ai talebani, vicini al partito almeno per quanto riguarda il legame etnico. Anche perché, fra bombardamenti americani e separatismo etnico, a precipitare in Pakistan è anche la stabilità del governo stesso.
 
Il presidente Ali Zardari si ritrova a tirare le fila di un mosaico politico ingestibile, che non solo non riesce a mantenere nessuna promessa elettorale ma non si è dimostrato neanche capace di difendere il Paese dalle invasioni di campo americane. Il malcontento popolare poi si misura anche su bisogni decisamente essenziali come l’elettricità, i black out quodidiani da 6 ore non aumentano certo la popolarità del presidente.
 
Adesso la sua ultima speranza per moderare il malcontento nazionale sono i 125 milioni di donazioni promesse dalla casa Bianca, delle quali una parte andrebbe alla costruzione di un’adeguato circuito energetico. Un prestito che però avrebbe un prezzo difficile da pagare, ovvero il permesso di continuare a bombardare i territori a nordovest di Peshawar.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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