Quei malati di periferia

Pino Di Maula
periferia.jpg

ROMA. Ex guardia medica nel quartiere di Tor Bella Monaca, ora servizio di Continuità assistenziale, il che significa centro medico declassato: una notte qualunque alle prese con la sofferenza e il dolore.

E' innegabile che l’Italia stia soffrendo. Il problema, semmai, è capire quanto può star male. Importante è comprendere, poi, dove il dolore si fa più insopportabile. E distinguere, quindi, il sintomo dalla causa della malattia per poter pensare, infine, come dovrebbe essere ovvio, a una possibile cura. Che non sta certo negli antibiotici, considerando che siamo già tra i più forti consumatori dell’Unione europea. Ma non basta neppure, da solo, l’occhio clinico.
 
Per avere il polso del Paese è necessario ingegnarsi nel “girare” la provincia e avvicinare, così, con discrezione ma senza fingere, chi lo vive. Seguire il percorso delle ambulanze lungo le tortuose arterie, per esempio, del Lazio (dove dal 2002 al 2006 i tassi di ospedalizzazione sono aumentati del 6% negli uomini e del 5,5% nelle donne) è un viaggio allucinante. Quasi quanto la sceneggiatura del noto film fantascientifico diretto da Richard Fleisher. Sembra essere tornati al 1978. Prima della rivoluzionaria legge 833 «quando - ricorda la Cgil Medici, commentando la riforma sanitaria di Obama - i cittadini italiani avevano diritti diseguali, a seconda della mutua alla quale erano iscritti; e più di tre milioni di poveri avevano accesso solo alla pubblica beneficenza». Con un sistema mutualistico che, spiega il documento del sindacato, oltre a funzionare male, aveva accumulato un debito colossale.
 
Il passato che ritorna, dunque. Solo che questa volta la crisi è strutturale e la mano invisibile di un tempo (il mercato) ha una grave forma di artrite che le impedisce di muoversi. Risultato? C’è la paralisi. E non la vede solo chi non la vuol vedere. Tra questi non rientrano, di certo, gli operatori della ex guardia medica romana di Tor Bella Monaca. In quel servizio di Continuità assistenziale (così si chiama adesso), il 27 marzo, intorno alle 16, una dottoressa si è dovuta barricare in una stanza per difendersi dalle minacce di morte da parte di un malvivente che ha finto uno svenimento per entrare e aggredirla. Il medico è tuttora sotto shock. Fin qui la cronaca ripresa dagli altri quotidiani, ma per dar conto di quel che accade nei presidi ospedalieri “fuori porta”, Terra si è servita del buio della notte per far luce sul dolore di tanti invisibili. «Invisibile come l’extracomunitario che - racconta un medico che lo ha in cura (omettiamo volontariamente di precisare nomi e luoghi) - prima di arrivare qui le ha viste di tutti i colori».
 
Quali colori dottore? «Questo ragazzo - inizia a raccontare lo specialista - è arrivato da noi in seguito a un avvelenamento da farmarci». Un tentativo di suicidio? «Sì, ma l’assurdo è il viaggio che si è dovuto fare in ambulanza per salvargli la vita». Si spieghi. «Il ragazzo trasportato d’urgenza in ambulanza è stato respinto da vari ospedali della zona perché non disponevano di reparti di terapia intensiva». E come hanno fatto a tirarlo fuori? «Lei non ci crederà?». Ci provi. «Alla fine, per salvargli la vita, l’ambulanza lo ha dovuto trasportare a L’Aquila, nella tendopoli per terremotati». Ha ragione, non ci credo. «La capisco, non posso biasimarla, ma è la pura verità, come è vero che in quel periodo questo presidio svolgeva le sue funzioni da tre mesi senza linea telefonica».
 
Ma scusi, siamo in Italia, vero, non in zona di guerra? Come è possibile che si arrivi al paradosso che per salvare la vita di un paziente torna utile il terremoto che ha ucciso tanta gente nella regione vicina? «Come le ho già detto, in alcuni casi, i centri d’emergenza sono meglio attrezzati». Meglio non infierire, allora, e approfittare dell’inedita postazione giornalistica per inseguire due grandi occhi che, al di fuori del rigido camice bianco, potrebbero giocare brutti scherzi a chi è debole di cuore. Un sospetto di sensualità che possiamo ipotizzare solo per un istante. La caratteristica del luogo rende lecito, in quel momento, immaginare della donna - che si confida con il cronista - soltanto il suo passo deciso lungo il corridoio che divide i reparti. Dietro di lei, un ragazzo cammina in modo apparentemente normale. Solo apparentemente, stando alla gomitata che infila freddamente tra le costole del medico, mentre la supera con disinvoltura.
 
È in quel preciso istante che si fa chiara l’immagine del luogo. Neanche ci avessero infilato quegli speciali occhiali in 3d, di cui sono dotate le nuove sale cinematografiche, tutto diventa più chiaro. Notiamo vari infermieri, che sino a un istante prima sembravano impegnati a far altro, muoversi con delicatezza intorno al giovane paziente. Fino a circondarlo. Un movimento leggero, fatto di passi coordinati, ma non è danza moderna. Quegli uomini apparsi, quasi all’improvviso, immobilizzano il ragazzo legandolo al letto. «Peccato per quei due infermieri andati in pensione - lamenta un altro medico che raggiunge il reparto -. Loro sapevano usare i panni bagnati: nei film li fanno apparire dei torturatori, in verità solo loro riuscivano a non far male a nessuno. Solo loro riuscivano a guidare con il cuore le loro grandi mani esperte».
 
Parole che suonano gravi, eppure sincere e sapienti, certamente fuor da ogni inutile ideologia. Parole difficili da ascoltare. E ancor più impegnativo appare il senso di quel piegarsi della dottoressa sul volto del ragazzo: anziché sedarlo con i farmaci, come ci si aspetterebbe volendolo punire per il gesto violento, lei usa le parole. È lì, serenamente determinata, che parla con lui: perché lo hai fatto, cosa ti ho fatto, perché volevi farmi del male? Raccontami, spiegami... E lui, che chissà in quanti, ignari, avranno apprezzato all’opera su un importante palcoscenico della capitale, è lì, incomprensibilmente (per noi), finalmente, disteso. Quasi che non chiedesse altro: voleva esser fermato.
 
È lì, ora, con i polsi bloccati alla spalliera del letto, che ascolta sul serio, che racconta davvero. Prova a spiegare. È rapporto intimo, terapeutico. Rapporto tra medico e paziente. Ci allontaniamo da questa storia “seguita” per dire ciò che non è consentito dire. Lo raccontiamo, così, per questo, senza “georeferenziare” alcunché. Con rispetto delle persone che soffrono e di quelle che cercano in ogni modo, nonostante tutto, di curarli. Nonostante la burocrazia, nonostante la politica. Nonostante quando arrivano i malati nei centri declassati, da ospedale a presidio medico, i medici siano costretti a rimetterli sull’ambulanza, costringendoli a inutili lunghe corse verso ospedali, dove un altro collega (magari meno esperto) può autorizzare il ricovero per rispedirli, subito dopo, al mittente. Un viaggio, a dir poco, allucinante. Non c’è dubbio. 
 
 
 
 
 

LA SPESA SANITARIA
A livello nazionale la spesa sanitaria pubblica corrente in rapporto al Pil è aumentata passando dal 5,95% del 2001 al 6,79% nel 2006. Evidente è il dislivello Nord-Sud, con le regioni meridionali costrette a dedicare quote molto elevate del loro Pil all’assistenza sanitaria. L’indicatore relativo alla spesa sanitaria pro capite mostra che, nel 2008, il Centro Italia ha la spesa pro capite maggiore (1.889 euro), seguito dal Nord (1.815) e dal Sud (1.693). Rispetto all’anno precedente tutte le regioni, comprese quelle in difficoltà finanziaria (Abruzzo, Lazio, Liguria, Molise e Sicilia) e, quindi, soggette ai piani di rientro, hanno aumentato il livello di spesa. L’unica eccezione è rappresentata dalla Campania che ha diminuito la spesa dello 0,24%. Anche se il dato risulta inferiore agli anni precedenti, il Servizio sanitario nazionale si presenta complessivamente in disavanzo. Tra le regioni più deficitarie, si aggrava ulteriormente la situazione del Lazio e del Molise.
 
 
INDICI DI MORTALITA'
Al Nord i livelli di mortalità per tumori assumono valori più alti rispetto alle regioni del Sud dove, invece, l’incidenza delle malattie del sistema circolatorio è maggiore rispetto al Nord. I valori più alti di mortalità per tumori si registrano in Lombardia per gli uomini (42,87 per 10mila) e in Friuli-Venezia Giulia per le donne (22,00 per 10mila), mentre per le malattie del sistema circolatorio i rischi più alti si registrano, per entrambi i sessi, in Campania (uomini 48,31 e donne 37,03 per 10mila). Inoltre, le stime del 2007 mostrano variazioni di bassa intensità, ma discordanti tra i due generi in quanto per gli uomini si osserva una lieve diminuzione delle malattie del sistema circolatorio e dei tumori, mentre per le donne si stima un debole aumento.

 

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31