Sconfitte che vengono da lontano

Gianpaolo Silvestri

RIFLESSIONI. Anche l’attuale ventata “antipolitica” è figlia di questa controrivoluzione e delle nostre debolezze.

La controriforma teorizzata dalla Trilateral nel 1975, è in gran parte attuata. Com’è quasi giunta in porto l’agenda della P2 di Gelli. Il succo è: democrazia autoritaria con l’appendice della dittatura della maggioranza; marginalità delle organizzazioni dei lavoratori e dei loro referenti politici; destrutturazione dei diritti collettivi e individuali; stato tecnocrate/teocratico/classista; informazione embedded; darwinismo sociale con relativo egoismo soggettivo; pensiero unico; annullamento di ciò che è “altro” e/o “diverso”.
 
Anche l’attuale ventata “antipolitica” è figlia di questa controrivoluzione e delle nostre debolezze: governabilità come apriori assoluto, irrisione delle rappresentanze e del processo democratico, decisionismo d’accatto, smantellamento della Costituzione, fastidio per la partecipazione e il controllo popolare.
 
Già la legge “Bassanini” aveva ridotto i consigli comunali ad appendici del sindaco, e il vezzo di liste/partiti ad personam ha reso esplicita e potenziata la crisi della politica; aggiungiamo trasformismo, voto di scambio, eternità degli apparati.

 

E poi tatticismi esasperati, mancanza di progetto, operazioni di piccolo cabotaggio, spericolata incoerenza, e il quadro della crisi politico/istituzionale è delineato, in un tracciato che giunge al cuore delle stesse strutture repubblicane. Dire semplicemente che vi è un forte scollamento tra la politica e movimenti, società civile organizzata e le persone nella loro quotidianità soggettiva, corrisponde al vero, ma è solo una parte della realtà. Credo che la controrivoluzione abbia scavato ben più in profondo.
 
Non solo ha ridisegnato e frantumato classi, organizzazioni, storie solidali, diviso e colpito, arricchito pochi e impoverito i molti, ma ha avviato anche una trasformazione antropologica che ha mutato persino i desiderata. Infatti, se è evidente che noi e la sinistra tutta non sappiamo dare risposte efficaci e convincenti, è altrettanto innegabile che il problema si pone anche al livello delle domande che o non capiamo o - spesso a ragione - non condividiamo. è qui il nocciolo duro: prima che politicamente siamo in difficoltà culturalmente, abbiamo lasciato campo libero a un imputridirsi del sentire civico, del senso comune, del patto di convivenza costituzionale, lasciando tra l’altro tracimare diritti che pensavamo ormai assodati.
 
E questo con “consenso popolare” o almeno con la complice non contrarietà: è una baggianata sostenere l’esistenza di una società civile migliore dei suoi rappresentanti, vuol dire essere ciechi. È il canto del cigno della democrazia, così come l’abbiamo conosciuta e praticata sino ad oggi. Il tutto con l’avallo delle religioni che nella triade dio/patria/famiglia ritrovano un potere politico, d’identità e di controllo sulle persone che la fede pare non garantire più, sostituendo – apostasia! – le leggi dello stato all’azione dello spirito. Così il liberismo si coniuga con la teocrazia, gli stati etici, l’esasperato localismo, l’integralismo religioso e non, la difesa d’identità forti, coese ed immutabili e perciò sterili e pericolose.
 
Tutto ci obbliga ad essere unitari, innovativi, unitari, alternativi ed ancora unitari, in una rivoluzione onesta e gentile che sa costruire nuovi alfabeti (empatia la prima parola), suscitare passioni ed azioni, con rigore e fantasia. Senza fretta, politicismi o furbate estemporanee, con strategia e non solo tattica. Per governare. E’ far passare il cammello dalla cruna dell’ago ma a costo di allargare la cruna e imporre al cammello una ferrea cura dimagrante ci dobbiamo riuscire. È possibile: la vittoria d’Obama – pur nel suo contraddittorio operato - avvisa che la forza propulsiva della controriforma è al termine. Abbiamo molte ragioni, a noi il coltivarle.

 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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