Sudan, Bashir ci riprova simulando un voto libero

Elena Dalla Massara
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AFRICA. Il 2010 potrebbe rivelarsi cruciale per il futuro del Paese. L’11 aprile si terranno le elezioni presidenziali e legislative. In gioco la democrazia, e la pace, in uno degli Stati più grandi del continente.

Il 2010 è un anno importante per molti Paesi dell’Africa. Se 17 di loro festeggiano i 50 anni dall’indipendenza, 9 sono chiamati alle urne. L’appuntamento decisivo del Sudan è fissato dall’11 al 13 aprile, con le prime elezioni multi-partitiche dopo 24 anni. Stabilite dall’Accordo Globale di Pace del 2005, che ha siglato la fine di 22 anni di guerra tra il Nord e il Sud, le votazioni sono una delle tappe previste, insieme a riforme costituzionali, di giustizia, dei media e a un referendum (fissato per il 2011) in cui il Sud Sudan deciderà se staccarsi dal Nord.
 
Più volte rimandato, il voto di questo mese rinnoverà presidente, assemblea nazionale e amministratori locali. Sono 250mila gli osservatori internazionali mandati da Stati Uniti, Unione Africana, Lega Araba, Unione Europea e Cina. L’attenzione è alta, così come la posta in gioco: sono in ballo la democrazia e la pace in uno stato segnato dal più lungo conflitto civile del continente (1955-2006, con una parentesi tra il 1972 e il 1983), che ha causato due milioni di morti e gravi sofferenze per povertà, carestie e malattie, con scontri che continuano nel Sud e in Darfur.
 
Le interpretazioni di tanta turbolenza sono molteplici: lotta tra un Nord a maggioranza araba e musulmana e un Sud africano legato al cristianesimo e a tradizioni animiste, lotte tra clan di pastori nomadi e agricoltori sedentari per il controllo di acqua e petrolio, fragili diplomazie con i paesi confinanti, dove le relazioni tribali valgono più dei confini formali. Non ultimi, i giochi di potere tra colossi occidentali e asiatici per ottenere contratti petroliferi miliardari o definire scacchieri geopolitici strategici, in una zona considerata la porta dell’Islam in Africa e una grande zattera che galleggia su un immenso mare di oro nero. 
 
Come spiega Eli, un avvocato di Khartoum: «Le riforme costituzionali non sono state realizzate, i media sono controllati, i servizi segreti spiano la popolazione e intervengono contro chi si oppone allo stato o è solo sospettato di farlo». Inoltre, un mandato di arresto internazionale pende dal 2009 sulla testa del presidente e maresciallo Omar Bashir, per crimini contro l’umanità e di guerra commessi in Darfur. Una situazione non semplice, così come non lo sarà il voto che prevede 9 schede (12 al Sud) simili a elenchi telefonici, con centinaia di nomi in lista.
 
Quasi una sfida per una società che non è abituata a confronti politici aperti, non conosce i programmi dei partiti e in molte regioni vive in situazioni di estrema insicurezza, con livelli di educazione tra i più bassi d’Africa e senza infrastrutture o servizi di base. Oggi gran parte dei sudanesi non crede che ci possano essere libere votazioni e i partiti d’opposizione chiedono di posticipare la data per assicurare un contesto di trasparenza e sicurezza.
 
La minaccia è ritirarsi dall’appuntamento, incrinando irrimediabilmente la credibilità delle elezioni. Già molti si sono cancellati dalla corsa presidenziale e altri boicotteranno le urne. In risposta, Bashir ha confermato le elezioni per l’11, minacciando di annullare il referendum nel Sud se l’Splm (Southern Sudan liberation movement) non parteciperà al voto e dichiarando agli stranieri di «tagliar loro le dita e schiacciarle sotto le nostre scarpe» se interverranno negli affari di stato. Il clima è decisamente teso, con focolai di tensione in diverse zone del paese.
 
Se dopo il 2005 l’attenzione mondiale si è concentrata sul Darfur, sottosviluppo, fame e povertà potrebbero far nascere nuovi scontri in Sud Sudan, a Est e nelle regioni centrali dei Monti Nuba, trasformandosi in una delle più gravi emergenze africane del 2010. Specie nel Sud, dove nonostante ci sia il 75 per cento delle riserve petrolifere si muore ogni giorno per scontri, denutrizione e malattie. Anche i due milioni di profughi che da 30 anni vivono a Khartoum, in campi storici che ormai chiamano distretti, si sentono abbandonati, ignorati dal Sud da cui fuggirono durante la guerra e dal Nord che li ha accolti controvoglia.
 
Per tutta questa gente il voto di domenica è un primo banco di prova, con esito e conseguenze davvero imprevedibili. Il 18 aprile si sapranno i risultati e più di qualcuno si prepara già a scappare all’estero. Al momento si vive in una situazione che non è più di guerra. Ma certo non è ancora di pace.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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