Tutta la Basilicata da una costa all’altra
INTERVISTA. L’attore Rocco Papaleo racconta come è nato il progetto di girare un film sulla sua terra d’origine. Un viaggio che è insieme fuga da e ricerca di se stessi.
Due amori riuniti per l’esordio alla regia. Con Basilicata coast to coast, uscito nelle sale venerdì scorso, l’attore e qui anche autore Rocco Papaleo parla della sua terra e del teatro-canzone, una passione esercitata da anni.
Nel film, una band da tempo libero va a piedi da Maratea a Scanzano Ionico per partecipare a un festival...
In automobile ci vuole più o meno un’ora e mezza, un tempo troppo breve per vivere una vera traversata. Così i quattro amici musicisti dopolavoristi decidono, in maniera bizzarra, stravagante, di andarci a piedi, e usano questo momento come introspezione per conoscere di più sé stessi, chiariscono i rispettivi rapporti e raggiungono anche una dimensione personale diversa. Il viaggio è quindi inteso anche come metafora di cambiamento.
Avete percorso, quindi, strade interne secondarie...
L’itinerario l’ho studiato anche in base alle zone che mi interessava attraversare, perché in Basilicata c’è una conformazione geografica molto varia, e allora anche il territorio ha fornito una possibilità narrativa. La provincia di Potenza, da dove siamo partiti, è una zona molto ricca di vegetazione che piano piano diventa più lunare, si spalancano degli spazi enormi. Cosicché pure i personaggi vivono un po’ questa variazione, man mano che si allarga la visuale l’orizzonte si allontana, e loro cominciano a tirar fuori ciò che hanno dentro.
Cos’ha significato per lei?
È una storia un po’ anacronistica, da me molto vissuta e anche doppiamente, sia in quanto inventore di una favoletta contemporanea, sia come uomo che torna un po’ sui suoi passi. Quindi sono anche doppiamente emozionato, perché è il mio primo film da regista, con tutto l’entusiasmo che quest’occasione comporta, e anche per il fatto di aver girato nella mia terra, di averla in un certo senso riscoperta. è stato quasi come quel famoso percorso a ritroso che si fa ad un certo punto della vita: io ho 50 anni. Insomma, sono carico di cose che si stanno anche sviscerando adesso che il film è finito, ne parlo e questo mi dà la possibilità introspettiva maggiore di capire come viene percepito.
Parlando del suo Sud, l’ha definito “fardello e passione”...
Non incontrerai quasi mai un meridionale che non è appassionato del Meridione. Io l’ho vissuto nella fase giovanile, quando si ha una visione delle cose molto più entusiasmante, forse perché non le conosciamo fino in fondo, ammesso che le conosciamo adesso, da adulti. Quindi il Meridione, per un ragazzo, è una dimensione meravigliosa: quella del paese, del crescere per strada. Poi diventa anche un po’ un peso, perché comunque te ne devi andare, fare apprendistato da un’altra parte, integrarti. La maggior parte delle storie di noi meridionali è questa, purtroppo. Il fardello che ci portiamo dietro è una specie di “genetica del riscatto”.
Lei pratica il teatro-canzone da diverso tempo, insieme a quel Valter Lupo con cui ha sceneggiato il film, e ora ha trasposto questa passione in linguaggio cinematografico...
Il teatro è una componente fondamentale, perché racconti e poi un pezzo di viaggio se lo deve fare l’immaginazione dello spettatore. Il cinema in quanto esposizione è più completo, perché tu visualizzi e fai vedere. Però anche in questo caso abbiamo cercato ingenuamente di tirar fuori delle immagini simboliche, come le pale eoliche o i grandi panorami. Narrativamente possono sembrare inefficaci, invece sono proprio una scansione emotiva di quello che provano i personaggi. Quindi il luogo non è soltanto inteso come sfondo, ma pure come protagonista del sentimento portante della storia.
Un lavoro quasi tutto al maschile, ma c’è una presenza forte e autodeterminata delle donne...
Penso che il film tratti gli uomini un po’ come donne e le donne prendono il sopravvento, c’è un’inversione dei ruoli sulla quale mi piaceva giocare. Siamo noi le femminucce, e senza neanche troppa ironia sono le donne che ci muovono, noi abbiamo solo l’illusione di fare delle scelte.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







