«Ho scelto la scrittura per fare i conti con il mio vissuto»

Pietro Nardiello
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INTERVISTA. Maria Rosaria Nuvoletta, docente di psicologia e nipote di Lorenzo, il padrino della città di Marano che sedeva intorno allo stesso tavolo dei padrini di Cosa Nostra, ha pubblicato il suo primo romanzo. È l’occasione per incontrarla e per parlare di lotta alla criminalità ma anche di quella contro una discarica maleodorante troppo vicina all’abitato.

Pochi mesi fa via Cupa del Cane di Marano era diventata un laboratorio politico. La popolazione di questo territorio aveva deciso di ribellarsi alle scelte di un governo che qui avrebbe voluto collocare, contro ogni logica e proprio all’interno di un parco collinare, una discarica di rifiuti. Adesso qui a Marano il fetore che la gente deve, quotidianamente, subire è diventato insopportabile. Incontro Maria Rosaria Nuvoletta, docente di psicologia e nipote di Lorenzo, il padrino di Marano che sedeva intorno allo stesso tavolo dei padrini di Cosa Nostra, nipote di Angelo condannato all’ergastolo perché ritenuto il mandante dell’omicidio del giovane giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani e figlia di Gaetano, implicato in un processo di camorra e assolto per insufficienza di prove. Ha pubblicato un romanzo Legami d’Amore, per i tipi di Fanucci editore, che rappresenta uno spaccato di vita profondo, intenso, importante. Un racconto che accende i riflettori su aspetti reconditi, duri e vissuti in prima persona. 
 
Per lei quanto è importante incontrarmi in questo bar di Marano, tra la sua gente e non in un altro luogo?
Molto, anzi tantissimo. Non è stata una scelta casuale perché in questo bar ci si ritrovava o rifugiava nei giorni intensi della protesta contro la discarica. Siamo rimasti qui a presidiare questa strada per tanti giorni. Nonostante l’esito non sia stato quello che pensavamo, posso affermare che si tratta di un luogo dal simbolismo molto importante. Una strada amena che sintetizza l’impegno di chi vuole o cerca di costruire un mondo più pulito.
 
Come mai ha sentito l’esigenza di scrivere un romanzo?
Mi sono sempre definita una “pennaiola” ma, a dire il vero, non ho mai pensato di profanare il verbo della scrittura. Poi mi è capitato di frequentare un master di scrittura creativa. Mi ha fatto raggiungere una consapevolezza tale che si è concretizzata con questa pubblicazione. 
 
Cosa rappresenta per lei Marano?
Il luogo che amo e che non rinnego, nonostante tutto. La mattina, però, quando si aprono le finestre la puzza maleodorante ti assale e pensare che questa era la terra delle ciliegie, della campagna, della gita domenicale… Mi sommerge l’amarezza, il rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Una situazione che accomuna Marano a Napoli e a tutto il Sud.
 
Vi è adesso un’abbondanza di produzione letteraria che affronta il tema della criminalità organizzata dove, sembra, che ognuno sia il depositario di qualche verità. 
No, assolutamente. Io non sono una depositaria di verità ma, semplicemente, di un vissuto che può essere in parte doloroso e in parte importante perché attraverso il dolore si impara, si costruisce e si può maturare. Anche questa  discarica la vivo come una speranza, una regola che è sempre valsa anche per il mio cognome.
 
Facendo un riferimento al suo romanzo credo sia necessario chiederle quante pene lei ha dovuto vivere pur non avendole scelte? 
Diciamo abbastanza, ma con questo non voglio ergermi a eroina perché può capitare nella storia del vissuto di qualche persona di dover patire delle sofferenze che non si sono scelte. È importante non viverle con rabbia, rancore, risentimento ma come opportunità, occasione, come un segno che ti indica un percorso che devi compiere. 
 
Quando ha capito di appartenere a una famiglia importante nella gerarchia malavitosa?
Non c’è stato un momento preciso perché tutto è avvenuto gradualmente. Quando ho incominciato a leggere il mio cognome sui giornali e poi quando ho iniziato a capire, prima all’università e poi nell’ambiente di lavoro, che il mio cognome causava degli effetti strani.
 
Come reagiva a tutto ciò? 
Non ho mai provato disappunto o rabbia, comprendevo le reazioni delle persone. 
 
Non maledirsi perché si è diversi, ma provare a costruire un giardino, questa potrebbe essere la frase con la quale si può sintetizzare l’intero racconto?
Il giardino è una parola importante anche perché il  libro originariamente era titolato Nel giardino di sangue. Bisogna crederci sempre in quello che si fa. È vero che si appartiene ai familiari, alla terra ma è vero anche che si appartiene principalmente a se stessi. Quindi quello che è importante è portare avanti  i propri ideali, i propri valori. Anche se può essere difficile prendere le distanze perché ti possono accusare di denigrare il tuo passato o di non essere stata abbastanza coraggiosa. Tra queste due scelte io ho preferito   percorrere la mia strada.
 
In questo caso come prosegue la vita?
La mia scelta io la definisco una terza via, non è uno schierarsi da una parte o dall’altra ma un vivere a gambe divaricate poggiando i piedi sulle due sponde del fiume. Non accettare, non additare, ma andare avanti camminando con le gambe divaricate.
 
Che significato ha per lei la parola famiglia? Cosa rappresentano i legami d’amore?
I legami d’amore sono legami di sangue che  rappresentano le radici che servono, però, ad ancorarsi ma anche a  staccarsi dalla terra, a proiettarsi verso l’alto, verso il cielo.
 
Ha più coraggio chi resta o chi va via?
Non credo sia importante, ma sicuramente per me ha rappresentato un significato molto importante restare. Ho sempre pensato che fosse giusto rimanere legata a qualcosa che mi sarebbe mancato se fossi andata via.
 
La casa svuotata, solo una rappresentazione materiale o altro?
Nel libro la casa rappresenta l’io che si era completamento svuotato perché Sonia, una protagonista del romanzo, si era svuotata. Questo accade ovviamente anche nella realtà perché si muore e si rinasce tante volte, la tua casa si svuota e tu devi andare altrove.
 
Le donne potrebbero essere le protagoniste di un cambiamento?
La figura della donna è fondamentale come moglie, madre, sorella perché essa rappresenta all’interno di ogni famiglia un ruolo fondamentale perché con il proprio modo di vivere può determinare la vita di un padre, un fratello o di un amico a seconda anche del proprio carattere più dolce, premuroso, rabbioso o violento. 
 
La cultura, in  questi territori, è stata  vista come un mezzo che deve portare profitto.
Assurdo. Quando io frequentavo l’università e partecipavo alle lotte studentesche non avrei mai immaginato, così anche i miei compagni, che la cultura si sarebbe potuta mettere al servizio dell’illegalità però questo è accaduto. Se l’obiettivo è quello di fare danaro allora bisogna cambiare obiettivo, anche con un libro puoi porti delle mete diverse.
 
Le è mancata la libertà?
Ho vissuto liberamente, ho coltivato i miei ideali politici, le mie passioni per lo studio, l’arte, la mia famiglia mia consentito di fare tutto questo. Il sentimento della libertà ha sempre alimentato le mie scelte.
 
Napoli è veramente una città condannata a non crescere? Si tratta di una cruda e dura realtà  o si semplice retorica?
Potremmo trovarci di fronte all’ennesima affermazione intrisa di retorica perché chi ama questa città trova ancora stimoli, scova  tante potenzialità. In realtà ci troviamo, però, dinanzi ad una città bloccata, emarginata che si scontra con quella opulenta e con un passato artistico d’avanguardia. Probabilmente ancora oggi “il mare non bagna Napoli”  perché lasciamo ai nostri figli una terra che può farli ammalare, una terra infetta. Non si è figli, però, solo da un punto di vista biologico ma anche figli di una città, di un modo di essere e di pensare. L’appartenenza non si compra ma quando tutto questo viene a mancare senti di appartenere a te stesso e vai avanti lo stesso.
 
Oggi si parla molto di criminalità. Ma vengono combattuti i veri mali o è soltanto un approccio di facciata?
Avverto una grande rinascita culturale, una forza propulsiva di tanti giovani che avrebbero però bisogno di tanti punti di riferimento. Ricordo i miei anni Sessanta e i tanti intellettuali che esprimevano idee, pensieri e che in maniera inconsapevole diventavano trascinatori di persone. Ai nostri ragazzi, nonostante il notevole entusiasmo, mancano proprio i mentori.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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