“Noynoy” verso la vittoria. Una speranza per le Filippine
ELEZIONI. Lunedì prossimo in 50 milioni saranno chiamati alle urne per eleggere 18mila governi locali, rinnovare il Parlamento e scegliere il capo dello Stato. Sono tre gli sfidanti per la carica più importante.
Largamente in testa nei sondaggi a pochi giorni dalle elezioni, il prossimo presidente delle Filippine sarà con tutta probabilità il senatore 50enne Benigno “Noynoy” Aquino III, figlio della beneamata ex presidente “Cory” Aquino, defunta eroina della rivoluzione democratica, e del senatore Benigno “Ninoy” Aquino Jr., assassinato all’aeroporto di Manila nel 1983 per ordine dell’allora dittatore Marcos. Lunedì 10 maggio circa 50 milioni di filippini sono chiamati alle urne per eleggere quasi 18mila amministratori locali, rinnovare il Parlamento e scegliere il presidente della Repubblica.
Per la carica più importante del Paese, contro il predestinato erede della dinastia Aquino si presentano il multimilionario Manuel Villar, imprenditore immobiliare ammanigliato con la potentissima oligarchia terriera, e l’ex presidente populista Joseph Estrada, di professione attore, costretto alle dimissioni nel 2001 a furor di popolo per corruzione, condannato all’ergastolo e poi graziato dalla sua ex vicepresidente Gloria Macapagal-Arroyo. Quest’ultima, divenuta poi presidente, lascia dopo nove anni di governo, sminuita da scandali vari legati a episodi di corruzione e manipolazione dei voti, nonché dall’assassinio di 57 persone, tutti giornalisti, sostenitori e collaboratori di un candidato dell’opposizione alla carica di governatore di una provincia, rapiti e fucilati in gruppo lo scorso novembre.
Per queste elezioni si prevedono problemi enormi legati all’inadeguatezza del sistema automatizzato di votazione. Ma si racconta anche di militari comprati a suon di regali per truccare le urne, corone di fiori inviate a giornalisti in segno di minaccia, candidati assassinati. Il clima è di paura e in ogni angolo del Paese si lanciano accuse di frodi e intimidazioni. L’arcipelago è in fondo null’altro che un Paese travolto dalla povertà e dagli interessi delle grandi potenze, ex colonia spagnola e statunitense, passato attraverso la durissima occupazione militare giapponese, un ventennio di dittatura parassita e due guerre interne mai sedate. Transparency International pone questo tra i 50 Stati più corrotti del pianeta. La coscienza civile e politica dei cittadini si perde nel conflitto etnico che oppone un cristianesimo bigotto all’islam più tradizionalista e nella povertà che ha spinto 8 milioni di lavoratori a emigrare, un esodo di proporzioni bibliche che interessa il 10% della forza lavoro e espone la nazione alla disgregazione del tessuto sociale e alla tratta di esseri umani. Di fronte al bisogno, circa 1 milione e 300mila filippini, in maggioranza donne, non hanno avuto altra scelta che scendere a patti con le organizzazioni criminali che comprano e vendono lavoratori da impiegare clandestinamente all’estero in regime di semischiavitù. Le adolescenti, messe sotto pressione dalle famiglie bisognose di maggiori entrate, finiscono spesso lontano da casa, in giri di pornografia o prostituzione.
Dal 1969 nel Sud del Paese si combatte con il coinvolgimento militare degli Usa una guerra sconosciuta per i diritti culturali della minoranza musulmana moro, che viene assai impropriamente confusa col terrorismo di gruppi criminali quali Abu Sayyaf. Oltre 120mila morti e 2 milioni di profughi non sono bastati a farne un conflitto degno di attenzione tanto che nemmeno i filippini sanno davvero cosa succede nelle foreste del Mindanao, ricche di risorse naturali tutte ancora da sfruttare. Altri 40mila morti sono il prodotto di una lunga insurrezione proletaria che, supportata dalle comunità rurali come in India o in Nepal, interessa 69 delle 81 province dello Stato. L’81enne Imelda Marcos, famigerata moglie del defunto dittatore, ben conosciuta nel mondo per il lusso sfrenato in cui viveva al tempo in cui il Paese era letteralmente alla fame, si presenta per un posto da deputato. «Nelle Filippine 80 grandi famiglie fanno il bello e il cattivo tempo - spiega Dominic Caouette, docente di scienze politiche all’Università di Montréal - Riusciranno queste elezioni a cambiare la situazione? Probabilmente no».
Benigno Aquino ha deciso la candidatura meno di un anno fa. Ora si presenta favorito, sostenuto ovunque vada da folle vestite di giallo mentre parla di moralità e si appella al grande esempio dei suoi genitori. «Essi avrebbero potuto scegliere una vita di lusso, ciechi, sordi e muti davanti alla moltitudine di filippini abbandonati a sé stessi. Invece no, essi scelsero un camino irto di spine e di sacrifici dolorosi». Sarà quest’uomo a portare una nuova primavera nella storia delle Filippine? Dovrà «aiutare i poveri a trovare lavoro, case e medicine», questo chiede la gente. Un popolo flagellato da corruzione, povertà e violenza che si aspetta tanto, forse troppo da questo ricco possidente, dalla faccia pulita e dalla reputazione immacolata.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







