Alba di sangue a Bagdad

Annalena Di Giovanni
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IRAQ. Nel caos politico post elettorale, i terroristi tornano a colpire in diverse città oltre alla capitale. Nel mirino un mercato, una moschea e molti posti di blocco. Il bilancio è di oltre 85 morti e almeno 243 feriti.

Almeno 85 morti e 243 feriti nella peggior giornata dell’Iraq post-elettorale, al punto che ancora ieri pomeriggio il conteggio degli attacchi ancora risultava impossibile; sarebbero stati 5 gli attentati dinamitardi a Baghdad – secondo la ricostruzione di al Jazeera, con altre nove sparatorie contro posti di blocco della polizia o dell’esercito iracheno, mentre a Mossul e Falluja altre tre esplosioni facevano sei ulteriori vittime. Benché i soldati siano stati il bersaglio principale della gran parte degli attentati, l’attentato peggiore è stato quello messo a punto a Hilla, dove due veicoli imbottiti di esplosivo hanno provocato un vero e proprio massacro degli operai di una industria tessile prospiciente l’angolo dell’esplosione.
 
Per l’Iraq è stato, letteralmente, un carosello di sangue e violenza, eseguito da mani diverse e per motivi diversi. Perché se a Mossul le violenze rispecchiano la situazione instabile dell’intera provincia di Ninive, dove una serie di mercenari e attivisti cercano di innescare un conflitto fra le varie comunità per accelerare l’occupazione della città da parte degli uomini armati venuti dal Kurdistan iracheno, a Falluja l’attentato sembra suggerire piuttosto qualche regolamento di conti fra le tribù e le forze dell’ordine, o addirittura fra le tribù stesse. A Baghdad invece la situazione è chiaramente più complessa, e c’è chi ipotizza persino un ritorno alle armi da parte dell’esercito del Mahdhi, le milizie del movimento pietista sciita di Moqtada As-Sadr.
 
Quest’ultimo si era tenuto in disparte per almeno due anni, invocando la fine del conflitto settario. I risultati delle ultime elezioni, che hanno penalizzato pesantemente la sua influenza istituzionale, potrebbero averlo persuaso altrimenti. Ma se per la maggior parte degli attentati a Baghdad l’impronta dei jihadisti è chiara, una cosa è innegabile: non è servito a niente eliminare la maggior parte dei capi delle varie cellule terroriste, che si rifanno a una struttura indipendente e all’ideologia di Al Qaeda dichiarando la guerra santa contro governo iracheno, soldati occidentali e sciiti in generale. Gli attentati di ieri, una serie di sparatorie contro i posti di blocco della sicurezza, quasi tutti in contemporanea, dimostrano chiaramente quanto possa essere dinamica e ben articolata l’azione dei jihadisti.
 
Che l’ondata di morte si sia estesa lungo tutto l’Iraq nello stesso giorno, è probabilmente una triste coincidenza, e le diverse tattiche ed obiettivi delle stragi di ieri  lo dimostrano. Ma è chiaro che l’Iraq in questi giorni sta offrendo il fianco al terrorismo, in bilico fra l’occupazione militare e un risultato elettorale incerto, con due partiti sciiti usciti ugualmente perdenti (nessuna delle due forze politiche principali ha la maggioranza assoluta per assumere il governo) e pronti a darsi battaglia fra un coro di avversari politici e militari rimasti a bocca asciutta.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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