Bangkok, blindati militari. I “rossi” dichiarano la resa
THAILANDIA. Scontri nella mattinata. Almeno 6 morti e una ventina di feriti. Tra le vittime il fotoreporter italiano Fabio Polenghi, di 45 anni. È stato colpito al torace e all’addome ed è arrivato in ospedale già morto.
Blindati dell’esercito contro l’accampamento delle Camicie rosse. Dopo 6 giorni di guerriglia per le strade di Bangkok le forze di sicurezza hanno sferrato il loro attacco finale, con un’operazione scattata nella mattina di ieri per forzare le difese perimetrali del presidio dei “rossi” e ottenere la loro resa incondizionata. Muniti di altoparlanti, i militari hanno intimato lo scioglimento del presidio dell’Udd, il Fronte unito per la democrazia contro la dittatura, dando poi l’ordine di avanzare con dei mezzi cingolati contro le barricate di copertoni e bambù erette nel quartiere commerciale della capitale. I manifestanti hanno opposto una debole resistenza e in massima parte si sono dati alla fugga. Le stime parlano di una ventina di feriti e di almeno sei morti, tra cui un fotoreporter italiano, Fabio Polenghi, di 45 anni, colpito al torace e all’addome e arrivato in ospedale già morto.
Subito dopo l’inizio dell’attacco alcuni leader della protesta si sono consegnati al quartier generale della polizia di Bangkok, annunciando la fine delle manifestazioni antigovernative che per oltre due mesi hanno bloccato la capitale della Thailandia. Per il primo ministro Abhisit Vejjajiva e il suo gabinetto si tratta di una vittoria ma solo parziale. La resa dei “rossi” infatti non significa la soluzione della crisi politico-istituzionale che affligge il Paese.
L’assalto dei soldati è arrivato a poche ore di distanza dal fallimento del tentativo di avviare un tavolo negoziale portato avanti nella nottata di ieri dal presidente del Senato, Prasobsuk Boondej. All’immediata apertura con cui le Camicie rosse hanno accolto la notizia si è opposta la dura intransigenza del governo, che ha dichiarato che la strada del dialogo sarà percorribile solo dopo la fine di ogni manifestazione. Segno evidente che Abhisit non cerca veramente un confronto con la controparte, e non è disposto a mettere in discussione il proprio operato.
Ma come ha sottolineato ieri l’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra durante un’intervista telefonica, «una prova di forza militare potrebbe alimentare il risentimento», trasformando le manifestazioni «in una guerriglia» permanente. Quasi a sottolineare le parole del magnate miliardario delle telecomunicazioni, considerato il vero leader della protesta rosso vestita, che in parte chiede il suo ritorno dopo la deposizione da parte dei militari nel settembre del 2006, quando la notizia dell’assalto dei militari nella capitale ha cominciato a diffondersi nel Paese 2mila Camicie rosse hanno dato fuoco alla sede del governo provinciale di Udon Thoni, nel nord-est del Paese.
Successivamente i manifestanti hanno anche attaccato i municipi di Chang Mai e Chang Rai, nelle omonime province settentrionali, mentre proteste antigovernative si sono svolte in numerose province nordorientali. Anche se i “rossi” si sono arresi a Bangkok, dunque, la loro protesta continua. E le loro richieste attendono ancora una risposta.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







