Bangkok, è guerriglia

Paolo Tosatti
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THAILANDIA Una nuova giornata di scontri nella capitale. L’esercito assedia l’accampamento delle Camicie rosse: almeno 7 i morti negli scontri, decine i feriti. I ribelli: «Combatteremo fino alla fine»

Aveva promesso di usare il pugno di ferro contro gli oppositori e così è stato. Scaduto l’ultimatum lanciato alle Camicie rosse il primo ministro tailandese Abhisit Vejjajiva non ha avuto esitazioni a impartire l’ordine di attacco alle forze dell’ordine che dopo aver circondato l’accampamento allestito dai ribelli nel quartiere finanziario della capitale hanno iniziato come previsto un “assedio” contro le barricate difensive innalzate intorno al bivacco. E così per l’ennesima volta dalla metà di marzo, quando i “rossi” sono scesi in piazza per chiedere le dismissioni del governo e la convocazione di nuove elezioni, le strade di Bangkok sono tornate a essere teatro di scontri e violenze. Per arrestare l’avanzata dei soldati verso il loro presidio principale, i manifestanti si sono radunati fuori dal mercato notturno di Suan Lum, vicino al distretto commerciale, e hanno incendiato un autobus della polizia. In molte zone intorno all’accampamento i soldati hanno usato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma, cui gli “assediati” hanno risposto con bottiglie incendiarie, mazze, fionde, bastoni e ogni altro genere di arma improvvisata.
 
Stando ai dati diffusi da centro di emergenza di Erawan, il bilancio complessivo della guerriglia urbana è stato di almeno 7 morti, con decine di feriti. Tra questi anche tre giornalisti: un corrispondente canadese del canale tv France 24, e due tailandesi. Il fallito tentativo di dialogo della scorsa settimana, quando il pre- mier ha proposto alle Camicie rosse di fissare nuove elezioni per il 14 novembre, incontrando un’iniziale apertura poi mutatasi in netto rifiuto a causa degli insanabili diverbi sulle rispettive responsabilità dei due schieramenti, ha avuto un effetto spiazzante sul governo. Incapace di superare lo stallo politico in cui è caduto il Paese, e di fatto impossibilitato a governare dalla pertinace protesta degli oppositori rosso vestiti, l’esecutivo ha scelto di adottare una linea dura che non sembra però minimamente intimorire i manifestanti antigovernativi.
 
«Ci vogliono intrappolare, ma combatteremo fino alla fine, fratelli e sorelle», ha dichiarato ieri Nattawut Saikua, uno dei leader della protesta, difronte a una folla di circa 10mila persone. Intanto l’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto da un golpe militare incruento nel 2006 e che una parte delle Camicie rosse vorrebbe vedere nuovamente alla guida del Paese, è tornato ieri a farsi sentire dall’esilio dopo un lungo silenzio. Thaksin ha avanzato alcune proposte per porre fine all’emergenza: lo stop alla repressione da parte delle autorità; la revoca dello stato di emergenza; l’apertura di negoziati con i dimostranti per trovare una soluzione pacifica alla crisi; un tentativo di conciliazione che veda la partecipazione di tutti i partiti coinvolti. Un invito che però appare troppo interessato a quella parte sempre più consistente del fronte antigovernativo che ormai da tempo ha preso le distanze dall’ex primo ministro. Le Camicie rosse chiedono le elezioni per andare avanti, non per fare i conti con il passato. 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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