Corea, frattura completa tra Pyongyang e Seul

Paolo Tosatti

ASIA. Il Nord rompe ogni relazione con il Sud. L’esercito è sul piede di guerra e i militari si dicono pronti a entrare in azione alla minima provocazione del vicino. Gli Usa invitano alla prudenza. La Cina non si schiera.

Rottura di qualsiasi relazione con il Sud, forze armate in allerta e pronte al combattimento. Sale di ora in ora la tensione tra i due lati del 38esimo parallelo. In una nota diffusa ieri dall’agenzia di Stato nordcoreana Kcna, Pyongyang ha annunciato l’intenzione di tagliare qualsiasi legame con Seul, incluse le comunicazioni e i trasporti, espellendo tutto il personale sudcoreano impiegato nella regione industriale di Kaesong, nei pressi della frontiera, bandendo alle navi e agli aerei del vicino l’accesso al suo territorio e svincolandosi dal dialogo intracoreano per la riunificazione della penisola fino alla scadenza del mandato del presidente del Sud, Lee Myung-bak.
 
Un attacco diplomatico su larga scala, cui si è sommato quello lanciato dall’esercito nordcoreano, che ha accusato la Marina di Seul di continui sconfinamenti nelle sue acque territoriali, minacciando azioni militari di ritorsione. «Si tratta di una provocazione deliberata per scatenare un altro conflitto nel mare occidentale della Corea e arrivare così alla guerra», hanno dichiarato i militari, aggiungendo che nel caso in cui le intrusioni non cessino immediatamente, Pyongyang «metterà in atto misure militari concrete per difendere le sue acque, e il Sud sarà ritenuto pienamente responsabile delle relative conseguenze».
 
Un portavoce del ministero della Difesa di Seul ha però smentito che le navi sudcoreane abbiano attraversato la controversa Northern limit line, il confine nel Mar Giallo a ovest della penisola coreana. Le dichiarazioni dell’esercito del Nord, quindi, potrebbero essere solo l’ennesimo tentativo di alzare la voce per spaventare il nemico. L’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap ha riferito infatti che secondo quanto riportato da un gruppo di rifugiati del Nord a Seul, il North Korea intellectuals solidarity (Nkis), il “Caro leader” di Pyongyang, Kim Jong-il, avrebbe dato l’ordine di massima allerta alle truppe, con tanto «di pronti a combattere se attaccati», già il 20 maggio scorso.
 
Ossia lo stesso giorno in cui la Corea del Sud ha diffuso i risultati delle indagini condotte da una commissione internazionale di investigazione che ha attribuito a un siluro nordocreano l’affondamento della corvetta Cheonan, colata a picco il 26 marzo scorso insieme a 46 uomini dell’equipaggio. L’esito dell’inchiesta, evidentemente, non ha mancato di innervosire il Nord, che dopo la minaccia di azioni “punitive” da parte del Sud ha reagito ieri con il suo solito modus operandi: attaccare per non essere attaccati. 
 
A margine della seconda giornata di incontri per il Dialogo economico-strategico Usa-Cina, il segretario di Stato americano è intervenuto nuovamente sulla questione coreana. «Lavoreremo insieme alla comunità internazionale e ai nostri alleati cinesi per fornire una risposta appropriata al problema», ha dichiarato Hillary Clinton. Dopo aver tentato invano di ottenere da Pechino una condanna diretta verso Pyongyang il segretario di Stato ha tentato di salvare il salvabile, presentando il sostanziale diniego del gigante asiatico come un’intesa almeno sugli intenti.
 
La Cina infatti ha evitato di prendere posizione nella crisi, nonostante i numerosi appelli della Clinton per il suo sostegno nei confronti di Seul. Storico alleato di Pyongyang, il Paese della Grande Muraglia si è limitato a fare una appello alla moderazione rivolto «a tutte le parti», mentre un portavoce del ministero degli Esteri ha aggiunto che Pechino «pensa che il dialogo sia preferibile a un braccio di ferro». Un invito alla calma, certo, che però non nasconde le profonde divergenze che separano Pechino da Washington su questo argomento.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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