Gaza, armi sperimentali che causano mutazioni del Dna

Monica Maralis

MEDIO ORIENTE. La denuncia arriva dal New weapons research group. I tessuti provenienti dalle vittime dei bombardamenti israeliani presentano tracce di sostanze in grado di provocare alterazioni genetiche.

Armi non convenzionali dagli effetti letali, in grado di provocare mutazioni genetiche negli individui. Il sospetto che siano state usate dall’esercito israeliano a Gaza, durante le ultime operazioni militari, si fa sempre più concreto. Mercurio, arsenico, cadmio, rame e altri metalli tossici sono stati ritrovati infatti nei tessuti dei feriti: combinazioni devastanti di elementi chimici generatori di tumori e di alterazioni del Dna.
 
Lo rivela una ricerca scientifica condotta dal New weapons research group su campioni di tessuto prelevato dai feriti dalle bombe israeliane nel giugno 2006 e gennaio 2009. Si tratta di ferite prodotte da armi che non lasciano schegge ma che rilasciano nel corpo metalli carcinogeni, in grado di modificare le sequenze del Dna e far ammalare i tessuti. Dalle analisi risultano anche dosi massicce di alluminio e piombo dannosi per il feto nelle donne in gravidanza. In altre parole: agenti chimici fatali anche per chi vive oggi nelle zone di guerra e inala le sostanze sprigionate nell’aria.
 
«La contaminazione dell’ambiente non scompare una volta terminati gli attacchi militari: una delle soluzioni che raccomandano le Nazioni unite è infatti quella di evacuare le persone dai luoghi colpiti. Ma non è per niente facile, soprattutto a Gaza», avverte la professoressa Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova ed è la portavoce del Nwrg. La ricerca ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie di 13 feriti, prelevati dall’ospedale Shifa di Gaza City e poi analizzati in tre diverse università: La Sapienza di Roma, l’ateneo di Chalmer in Svezia e quello di Beirut. Col risultato che nei tessuti danneggiati da ferite per «carbonizzazione, bruciature da fosforo bianco e amputazioni»,  si sedimentano «fibre metalliche». «Con sorpresa anche le ferite da fosforo bianco contengono molti metalli», precisa la Manduca. Sono 3.500 le munizioni al fosforo bianco ritrovate dopo Piombo fuso. Il Nwrg aveva effettuato una precedente analisi sui capelli di 95 persone che vivono nelle zone di Gaza più colpite dai bombardamenti israeliani, in maggioranza bambini e alcune donne in gravidanza.
 
Lo scopo era capire quanto la popolazione fosse ancora esposta ai rischi. Erano in effetti emerse tracce consistenti di metalli tossici. Ma non era chiaro da dove provenissero le sostanze. Difficile comunque risalire con certezza al tipo di armi usate e al loro marchio di fabbrica. Il criterio è di stampo americano, perché simile a quello di altri ordigni made in Usa. «Dentro l’arma c’è un metallo il cui peso viene incrementato», precisa la professoressa Manduca. Quel che è certo è che «tutte le armi che non rilasciano frammenti sono vietate dalle convenzioni di Ginevra», perché non convenzionali. 
 
Cosa risponde l’Idf, l’esercito israeliano, ad accuse così circostanziate? In sostanza non si esprime. Ma una parziale risposta i militari l’hanno fornita nel febbraio del 2010. In quell’occasione avevano presentato alle Nazioni unite un dettagliato rapporto (The operation in Gaza, factual and legal aspects), che secondo diversi attivisti altro non è se non un tentativo di sfuggire al giudizio della legge internazionale. L’Idf analizza in autonomia fatti, prove e circostanze dell’operazione Piombo fuso, affermando di aver avuto un comportamento conforme alle regole.
 
Ammette di aver colpito alcuni target civili ma per scopi militari e di aver «usato munizioni contenenti fosforo bianco» ma in linea con le regole del diritto internazionale e «soltanto in zone aperte e disabitate», «come segnalazione» delle operazioni militari in corso. Nessun riferimento all’uso di armi non convenzionali o chimiche.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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