Georgia, un dramma dimenticato da troppi
REPORTAGE Il Paese è stretto da una crisi economica che il governo continua a nascondere. Ancora centinaia di migliaia i profughi causati dai vari conflitti. E agli osservatori è precluso oltrepassare i check point russi
Ribaltando improvvisamente le decisioni assunte all’indomani del conflitto il governo georgiano ha teso la mano alle popolazioni di Abchazia e Ossezia Meridionale. Dopo il fallimento della strategia di isolamento che imponeva restrizioni alla libertà di movimento e alle attività economiche e commerciali nei territori delle due repubbliche e vietava l’ingresso nelle zone occupate ai cittadini stranieri in provenienza dalla Federazione Russa nel gennaio di quest’anno il governo di Tbilisi ha adottato un nuovo documento strategico che ridisegna il quadro delle relazioni. Con una proposta di “Impegno attraverso la Cooperazione” si prefigge la reintegrazione pacifica di Sukhumi e Tskhinvali nell’ambito costituzionale della Georgia estendendo i benefici delle riforme in corso e i vantaggi dell’integrazione del paese nello spazio euro-atlantico. Per presentare il documento, confezionato in un libretto elegante in cinque lingue (georgiano, abchazo, russo, osseto e inglese), Temur Iakobashvili, ministro per la Reintegrazione, ha percorso in lungo e in largo le capitali europee ottenendo il plauso di Nato ed Unione Europea. «Non esiste una soluzione militare per il conflitto» esordisce ricevendoci nel suo studio «per fare progressi bisogna saper combinare cuore e testa. L’isolamento si è rivelato controproducente; questa non è una strategia di liberazione: quello che vogliamo è un impegno a cooperare mettendo da parte la questione dello status dei due territori che si potrà discutere solo dopo la de-occupazione ed il ritorno degli sfollati», continua. Per Iakobashvili occorre mettere in atto tutte le iniziative che possono facilitare la collaborazione a livello locale, a partire dalle relazioni economiche e dalle attività commerciali. «La guerra dell’agosto 2008 è stato un tentativo di ridisegnare la cartina del vecchio continente a cui la Georgia ha dovuto opporsi», conclude risoluto. Le proposte georgiane sono in sé interessanti, ma arrivano con dieci anni di ritardo, quando i giochi sembrano ormai fatti. Difficile che Mosca ritorni sui suoi passi, anche se le convul- sioni della storia nell’ultimo scorcio del secolo scorso ci hanno riservato avvenimenti imprevedibili e sorprendenti.
«In Georgia non c’è crisi economica per il semplice fatto che non c’è economia», scherzano gli amici georgiani quando parlano del proprio paese. Gli indicatori sono incoraggianti, ma la realtà è che nelle attuali circostanze l’unico settore che tira è quello degli aiuti internazionali frutto di donazioni particolarmente generose da parte di Ue, Stati Uniti e Giappone. La Georgia ha adottato misure di liberalizzazione spinta del sistema economico che stanno causando qualche problema con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. Tbilisi insiste per approfondire le relazioni con Bruxelles, ma la politica ultra-liberista georgiana stride con l’economia sociale di mercato europea. Il dato preoccupante è che il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà. Poco importa, però, agli esponenti di governo sempre pronti a snocciolare cifre portentose.
All’ultimo momento riesco ad intrufolarmi nella piccola delegazione che incontra Saakashvili. è la prima volta che metto piede nel palazzo presidenziale. Il protocollo chiude un occhio sul fatto che non indosso la cravatta. Dieci anni or sono avevo potuto incontrare l’allora presidente Shevarnadze solo grazie all’ambasciatore inglese che mi aveva prestato la sua appena prima di entrare. In un ampio studio profumato interamente rivestito in legno chiaro il presidente ci fa accomodare su un confortevole divano in pelle. Da quando lo conosco, negli anni in cui era al vertice della municipalità di Tbilisi, ha l’abitudine di investire l’interlocutore con un fiume di parole. «La Georgia è il paese più amichevole del mondo dove i valori prevalgono sulla politica», attacca con enfasi, «siamo vittima di un’occupazione illegale che equivale ad un’annessione». «Putin soffre della sindrome di Alessandro il Grande; i russi non sono certo venuti in Sud Ossezia per raccogliere funghi», incalza, «dopo la pulizia etnica portata avanti dalle forze di occupazione la popolazione a Tskhinvali si è ridotta a poche migliaia di persone che non hanno un futuro». Saakashvili sottolinea che nonostante l’alto numero di profughi l’economia del paese non è collassata e denuncia il prossimo saccheggio ambientale dell’Abchazia «con i giochi olimpici invernali di Soci del 2014 Sukhumi e dintorni verranno trasformati dai russi in una immensa cava per materiale edile». Nel congedarci, dopo aver sforato come al solito i tempi, mostra con orgoglio un plastico di Batumi, località di villeggiatura sul Mar Nero destinata a trasformarsi in qualcosa a metà fra Rimini e Disneyland. Dalle vetrate, in basso, Tbilisi traluce affascinante, immobile e sorniona.
Pochi chilometri in auto e si raggiunge Gori a ridosso del confine con l’Ossezia Meridionale dove la strada si biforca in un ramo verso ovest che porta al Mar Nero ed un altro a nord verso la Federazione Russa. Giordano Ciccarelli è il comandante del contingente della Missione di Monitoraggio dell’Unione Europea dispiegato nella regione. Colonnello proveniente dall’Accademia Militare di Roma si trova in Georgia da sei mesi. Come tutti gli italiani in missione che ho incontrato nelle mie peregrinazioni ha già avuto esperienze in altre zone di conflitto, in particolare ha seguito il percorso tragico delle guerre balcaniche. è al comando di un gruppo di 107 osservatori in provenienza di venti Paesi che hanno il compito di verificare il rispetto del cessate- il-fuoco, facilitare il dialogo fra le parti e affrontare le questioni umanitarie. Mentre ci rechiamo con una pattuglia al posto di controllo di Khurvaleti mi confida il suo pessimismo: «Le posizioni fra i due lati sono inconciliabili, non vedo una via di uscita». Contrariamente agli accordi del 2008 agli osservatori europei è ancora precluso oltrepassare i check point russi; stazionano, quindi solo nelle zone controllate dalle forze georgiane. Il campo profughi situato nei pressi del villaggio ospita 440 persone. Allestito in fretta e furia per far fronte all’emergenza è stato eretto in una zona umida inadatta ad ospitare abitazioni. Gli sfollati si lamentano mostrando le abbondanti infiltrazioni di acqua sulle pareti dei prefabbricati. Vi sono molti giovani uomini che da due anni se ne stanno con le mani in mano nell’attesa di un ritorno impossibile. Un paio di chilometri più a nord le postazioni dell’esercito georgiano si mimetizzano con le case semi-distrutte di Khurvaleti. I contadini del luogo ci indicano, sulla collina antistante, le posizioni delle forze russo-ossete e, in basso, la linea di confine che separa le case del villaggio dal cimitero rendendo impossibile la visita ai defunti. La vita continua, basta sapersi adattare. Sono 26.000 i profughi dell’ultimo conflitto che si aggiungono alle centinaia di migliaia dei conflitti agli inizi degli anni novanta, quando la nascita di una nazione è coincisa con la fine di un paese.
Nana mi vuole vedere prima della partenza. Era la factotum dei servizi di protocollo del parlamento georgiano. è stata appena licenziata. La sua colpa? Avere fondato un’associazione per il dialogo fra Georgia e Russia. Chi costruisce le proprie fortune sullo scontro, ed è il caso di chi è al potere a Tbilisi, non ammette deroghe. Fare la pace non conviene.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







