Il “giallo” made in Svezia, fenomenologia di un boom
LIBRI. Come si spiega il successo di autori come Mankell e Larsson che invadono le nostre librerie e quelle di mezzo mondo? Con il genere della letteratura poliziesca gli scrittori svedesi parlano delle fobie contemporanee ma anche dell’innocenza perduta dalla loro società che fino all’assassinio di Olof Palme nel 1986 e al crollo del muro di Berlino nel 1989 viveva il sogno del welfare socialdemocratico più progressista del pianeta.
Privo di indulgenze verso la propria produzione cinematografica malgrado la fama di mito del cinema mondiale, nei confronti di un unico suo film Ingmar Bergman (1918-2007) arriva fino al punto di sconsigliarne la visione e di interdirne perfino la proiezione. Si tratta di Qui questo non accadrebbe (Sånt händer inte här) del 1950, di cui Bergman firma solo la regia (il soggetto e la sceneggiatura sono di Herbert Grevenius, la fotografia è di Gunnar Fischer). Il film, ambientato nell’epoca della Seconda guerra mondiale, ha il ritmo del giallo e ruota intorno alla vicenda di una profuga russa che tenta di sfuggire a Stoccolma al pedinamento di alcune spie di Mosca. Resta un piccolo mistero l’avversione di Bergman verso questo film: regia sbagliata, o ostilità verso il genere del cinema noir?
È probabile che la spiegazione della decisione bergmaniana stia nella sua regia non riuscita, perché con il genere del poliziesco il più famoso regista di Svezia era abituato a conviverci. Henning Mankell, molto famoso anche in Italia per i suoi racconti polizieschi che hanno per protagonista il commissario svedese Kurt Wallander (quasi tutti editi da Marsilio), ha infatti sposato nel 1998 Eva Bergman, figlia di Ingmar e Ellen Lundström, moglie del regista dal 1945 al 1950. Avendo anche i coniugi Mankell una casa nell’isola di Fårö dove viveva Bergman, le conversazioni estive tra il patriarca del cinema e suo cognato – scrivono i biografi del regista – erano solite spaziare tra musica, letteratura e romanzi polizieschi.
Un’antica tradizione
Prima del boom delle vendite dei libri di Mankell in patria e all’estero, il genere giallo della letteratura svedese aveva avuto come precursori la coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö (riediti recentemente in Italia da Sellerio). The Martin Beck Award è un premio letterario inaugurato nel 1971 dall’Accademia svedese degli scrittori di gialli (Svenska Deckarakademin) che deve il suo nome proprio a Martin Beck, il commissario protagonista dei romanzi di Maj Sjöwall e Per Wahlöö. L’esplosione del fenomeno del poliziesco made in Sweden non è quindi fenomeno recente, come potrebbe credere chi lo ha scoperto con la trilogia Millennium di Stieg Larsson. E nella tradizione svedese si può tornare ancora più indietro, agli anni Cinquanta e Sessanta, con i racconti gialli di Maria Lang (1914-1991), ribattezzata anche per la sua prolificità di scrittrice “la Agata Christie di Svezia”. Ed è interessante annotare che gran parte della serie televisiva che ha per protagonista il commissario Montalbano di Andrea Camilleri è coprodotta dalle Tv pubbliche di Italia e Svezia.
Il tema che vale la pena sviluppare non è perciò l’origine recente del filone poliziesco svedese, quanto piuttosto come mai in un Paese ritenuto tranquillo e benestante come la Svezia sia potuto germogliare un genere letterario che non sembrerebbe avere un humus sociale favorevole per le sue divagazioni. Kops è un film svedese del 2003 firmato dal regista Josef Fares (suo è anche il più famoso Jalla! Jalla!) che si presta bene alla metafora. In uno sperduto paesino svedese di campagna la vita scorre tranquilla fino a quando non viene presa la decisione di chiudere la caserma di polizia locale per assenza di crimini che ne giustifichino la presenza. I poliziotti del distretto, per evitare la chiusura, iniziano a simulare una serie di episodi efferati che però non serviranno a rinviare la decisione presa a Stoccolma.
Il tranquillo paesino dove si svolge Kops oggi non esiste più. Con l’assassinio del premier socialdemocratica Olof Palme nel 1986 e la caduta del muro di Berlino nel 1989, la Svezia del più invidiato welfare State del mondo si è trasformata in territorio di passaggio per le scorribande delle mafie provenienti dall’Est europeo e per traffici illeciti di tutti i tipi che possono contare anche sull’impreparazione della polizia e dei servizi segreti di Stoccolma a farvi fronte. Gli svedesi non erano tradizionalmente abituati a misteri, intrighi e omicidi (nel 2003 è stata uccisa in un grande magazzino di Stoccolma anche il ministro degli esteri socialdemocratico Anna Lindh). Due anni fa fece addirittura scalpore la fuga da un carcere di un gruppo di malviventi. Sui giornali di Stoccolma si aprì un aspro confronto sulla necessità di rivedere le norme che prevedono che la polizia carceraria sia disarmata e che i penitenziari siano pensati più come luoghi della riabilitazione piuttosto che della reclusione.
Il primo a incrinare le antiche certezze sulla Svezia placida e incorrotta dal crimine è stato proprio Mankell che inizia a scrivere i racconti che hanno per protagonista il commissario Wallander nel 1990, un anno dopo il crollo del muro di Berlino. Mankell è lo scrittore che avverte i suoi connazionali, con l’uso del linguaggio della letteratura poliziesca, che la presunta “innocenza svedese” si sta via via perdendo per effetto della globalizzazione e della fine delle antiche certezze socialdemocratiche che hanno dominato per cinquant’anni gli stili di vita della Svezia. Le inchieste di Wallander sono inoltre ambientate a Ystad, piccola località nei pressi di Malmö, città di frontiera con la Danimarca, quasi a dimostrare che il malaffare non alberga solo nella metropoli di Stoccolma. Wallander, nei primi racconti, appare perciò un personaggio a disagio in una società dall’alta qualità della vita, dalle solidissime tutele sociali e dai servizi pubblici più che efficienti. Per Wallander, ogni sua indagine assomiglia a una crepa che si apre nel modello sociale svedese e che può schiudere la strada al suo definitivo superamento.
Effetto globalizzazione
La spiegazione più dotta sul fenomeno dei thriller svedesi la troviamo sul sito della casa editrice Iperborea diretta da Emilia Lodigiani, che ha il merito di aver rinnovato il culto per la letteratura del Nord Europa in Italia (www.iperborea.com): “Quasi il 60 per cento dei libri che vengono pubblicati nei Paesi scandinavi negli ultimi anni sono gialli... Iperborea è convinta che non si tratti solo di una moda editoriale per una specifica letteratura di genere ma dell’evidenza di una nuova tendenza culturale: l’affermarsi di una maniera quanto mai attuale non solo per raccontare la realtà, ma anche per esprimere un senso di malessere più generalizzato. Forse per trovare il colpevole di un momento storico complesso (come non pensare alla crisi finanziaria, alle problematiche d’integrazione, alle discussioni aperte su parità, welfare e Stato sociale). Insomma, l’evidenza di una nuova generazione di scrittori scandinavi che sta continuando la tradizione inaugurata a metà degli anni Sessanta dalla storica coppia Sjöwall-Wahlöo e che sembra suggerire che oggi il compito di raccontare le inquietudini del nostro tempo è affidato al giallo venuto dal nord”.
Da qui la decisione di Iperborea di inaugurare la sua collana “Ombre” per ospitare i gialli: Satelliti della morte di Gunnar Staalesen (2009), La morte che seccatura di Torgny Lindgren & Eric Åkerlund (2010), Il Blues del rapinatore di Flemming Jensen (2010), Assassinio di lunedì di Dan Turell (2010) e Il Fuggitivo di Olav Hergel (2010). Si tratta di libri che si distaccano per il loro valore da ciò che ormai stampano altre case editrici alla ricerca del giallista dalle uova d’oro non tanto per emulare i dati di vendita – impresa impossibile – di Henning Mankell e di Stieg Larsson ma per seguirne la scia con la qualche migliaio di copie che i cultori del genere possono acquistare.
Spiega Alessandro Bassini, traduttore che vive a Stoccolma: «Gli studi secondo cui l’attuale produzione di polizieschi sia legata a un mutamento della società svedese sono i più numerosi. La gravissima crisi economica di inizio anni Novanta ha risvegliato bruscamente la Svezia dal suo sogno socialdemocratico. Qui il successo del giallo è persino maggiore che in Italia. Il 60 per cento dei libri che si pubblicano e si vendono ogni anno appartengono a questo genere. La critica di Stoccolma legge tutto ciò da una prospettiva storica, ma c’è indubbiamente il pericolo che la letteratura svedese si appiattisca su questo genere letterario».
Va annotato, per concludere, che l’attenzione verso la giallistica della Svezia è un fenomeno internazionale e non solo italiano. Nomi di autori svedesi come Stieg Larsson, Henning Mankell, John Ajvide Lindqvist, Liza Maklund, Åsa Larsson, Leif G. W. Persson, Kjell Eriksson, Arne Dahl e Kjiell Ola Dahl riempiono le librerie di mezzo mondo. Leggendo i loro gialli che parlano dell’innocenza perduta dalla Svezia forse esorcizziamo la paura con la quale conviviamo nel tempo presente della globalizzazione che nessuno sa governare.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







