Iraq, continua la guerra di Maliki contro Allawi
MEDIO ORIENTE. Al via il nuovo riconteggio dei voti della provincia della capitale irachena. A due mesi dalle elezioni per rinnovare il Parlamento, l’Alta commissione elettorale chiede ulteriori verifiche sulle schede.
Si ricomincia da capo a Baghdad. A due mesi dalle elezioni per rinnovare il parlamento l’Alta commissione elettorale ha riesumato le schede dei voti del 7 marzo scorso dell’intera provincia di Baghdad per riconteggiarle una a una. L’intera manovra di trasparenza richiederà qualche settimana: i voti da ricontare sono circa 2 milioni e mezzo. Un’impresa improba, da eseguire sotto l’occhio vigile degli scrutatori internazionali inviati dall’Unione europea e dall’Onu. Si tratta di una mezza vittoria per il premier uscente Nouri al Maliki, che aveva denunciato frodi elettorali in ben cinque province non appena era risultato evidente che la sua formazione, “Sate of Law”, si sarebbe ritrovata a combattere un duro testa a testa con la coalizione “Iraqiya” capitanata dall’ex-premier Ayad Allawi.
L’esito del voto del 7 marzo era comunque oscuro, e sono in molti a sperare che il riconteggio possa aiutare a uscire dall’empasse politica risultata dall’avere le due coalizioni praticamente alla pari (Allawi con 91 seggi, Al Maliki con 89), nessuna delle due in grado rivendicare la maggioranza assoluta di 163 seggi, quanto richiesto dalla legge per poter considerare vincitore uno schieramento in Iraq. Del resto la posta in gioco è alta anche per i Paesi intervenuti nella Guerra irachena. Allawi non è un politico né pulito, né innocente, è salito allo scranno più alto in tempo di amministrazione militare americana in Iraq.
Ma la sua era comunque una coalizione più eterogenea e rappresentativa delle varie componenti irachene, dai sunniti agli sciiti meno legati al discorso settario che invece connota certe componenti del Da’wa, il partito di provenienza di Al Maliki. Ma è su Al Maliki – uno sciita non particolarmente ben visto a Teheran, altro protagonista insieme a Washington nella politica irachena - che gli interessi occidentali hanno scommesso tutto. È al Maliki ad aver tentato di promuovere in ogni modo la legge sul petrolio che poi il suo alleato numero uno nella coalizione “State of Law”, il ministero del Petrolio Hussein Sharistani, ha implementato con la forza privatizzando di fatto i maggiori giacimenti iracheni al di fuori di ogni approvazione parlamentare, e firmando contratti anche con la nostrana Eni nonostante la ferma opposizione di movimenti e sindacati iracheni.
Ma non sono solo questi gli abusi di potere adoperati da Al Maliki, l’aver introdotto una Commissione ad hoc per eliminare i candidati “sospetti” di concussione col passato regime di Saddam, non è stato certo un gesto di unificazione nazionale. Un organo che di fatto aveva tagliato fuori centinaia di candidati sunniti, già in deficit di rappresentanza nelle scorse elezioni; e che aveva apertamente ostacolato l’avversario principale, Allawi, squalificandone gli alleati. Per poi riportare tutto indietro di due mesi, ieri, col riconteggio di Baghdad. Chissà che almeno questo non gli frutti la rielezione.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






