Joe Sacco, reporter dal fronte del palco
COMICS. Gli esordi del più famoso inviato a fumetti del mondo nel volume "Io e il rock", che raccoglie tavole e illustrazioni degli anni 90, epoca d’oro del grunge e dei capelloni. Un capolavoro di ironia e psichedelia.
Come ha fatto Joe Sacco a diventare Joe Sacco? Quale percorso umano e artistico gli ha permesso di diventare il più grande reporter a fumetti del mondo? Quali fronti e quali trincee ha attraversato a mani nude prima di visitare i territori caldi di Palestina, Balcani e Caucaso? In altre parole: a cosa è sopravvissuto? La risposta è semplice: alla scena rock americana degli anni 90.
Poco più che trentenne, armato di diploma da giornalista, carta e inchiostro, sale sul furgone del gruppo neo-psichedelico Miracle Workers per documentarne il tour europeo e in seguito stazionare nell’esplosiva scena musicale berlinese come poster artist. In mezzo, illustrazioni, schizzi, manifesti, copertine di dischi, magliette ed esercizi di stile scaturiti da quella selva informe che era l’epoca d’oro del grunge.
A rendere conto di questo lussureggiante “periodo di formazione” (anche se questo Sacco sembra già autore maturo e consapevole), è il volume Io e il rock, raccolta di tavole che vanno dal 1988 al 2005 e appena pubblicato in Italia dalla casa editrice Comma 22. Nel complesso, Sacco documenta un viaggio di puro spasso selvaggio, misto a commozione adolescenziale, frutto dell’immersione nella triade sesso, droga e rock’n’roll vissuta sulla sua pelle e rivestita di uno humour onnipresente. E lui ne è il testimone nerd e occhialuto che si autoritrae al seguito di animaleschi amici frontman sballati, idoli sempre attorniati di vogliose groupies.
Con l’ironia circostanziata del reporter in erba, scolpisce profili immortali e deliranti (il giornalista collezionista, la “solita sciacqua”, l’attrezzista morto sotto il peso del materiale da concerto o il reverendo antirock). Mentre, con l’autoironia dell’artista maturo, si sofferma e commenta a posteriori le opere uscite da fiumi di birra e delirio lisergico. Con «vergogna e raccapriccio», Sacco ci mette davanti al suo periodo sudato, matto, capellone e povero di principi morali. Consapevole che tra le grasse risate e i pezzi di vita e ciarpame che si guadagnavano le copertine dei Novanta, ci sono tutti gli ingredienti e richiami stilistici che hanno reso il suo nome una firma riconoscibile: c’è il primato del particolare sul generale, l’umanità tragicomica che emerge sulla massificazione, la convinzione e il dramma di essere un testimone del proprio tempo.
Uno di quei pionieri indicati dal collega di alta levatura Art Spiegelman, quando dice: «In un mondo in cui Photoshop ha finalmente svelato la natura menzognera del lavoro del fotografo, gli artisti possono finalmente tornare alla loro funzione originale di reporter». Missione che Sacco mescola con l’autobiografia e l’autorappresentazione. A tal punto che non può esimersi dal dirci qual è la sua vena musicale, oggi. Confessando: «Sono una persona rispettabile, chiaro? Ascolto molto jazz adesso. Miles, Mingus e sorseggio Pinot dell’Oregon».
Archiviati i pub e le distorsioni elettriche, sopravvive poi il blues, quello dei Rolling Stones (che tanto lo fanno ancora soffrire) e dei grandi vecchi, omaggiati nella parte finale del volume, intitolata non a caso “Sono un uomo ormai”.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







