L’Europa ritrovata
MERCATI. L’Unione europea trova il coraggio per varare un maxi piano di salvataggio e restituisce agli investitori la fiducia nel sistema. Insieme al Fmi garantirà un fondo di emergenza per 750 miliardi di euro.
Altro che tedesca. È tutta italiana questa Europa, che dà il meglio di sé solo quando messa con le spalle al muro e il sedere a terra. Quello annunciato ieri nelle prime ore della mattina, in tempo per placare i mercati asiatici, non è solo il più grande piano coordinato comunitario, ma un messaggio chiaro per i mercati: l’Europa c’è, e non lascerà fallire nessun governo. La reazione dei mercati è stata immediata in tutto il mondo: borse, materie prime, titoli bancari e dei paesi più indebitati sono decollati. Nei prezzi è svanito quasi totalmente lo scenario che andava formandosi: quello di una crisi sistemica e una recessione mondiale profonda.
Il successo è stato immediato per una serie di fattori, il primo dei quali è stato senz’altro l’intervento sui mercati della Bce.
Il ruolo della banca centrale nell’uscita dall’emergenza è davvero grande. Il motto più comune nei mercati finanziari infatti è: «Put your money where your mouth is» che tradotto, più o meno, vuol dire «se ci credi davvero, mettici i tuoi soldi e non le tue chiacchiere». E ieri finalmente l’Europa l’ha fatto. I traders delle banche centrali hanno chiamato i desk delle banche private nel mercato per comprare titoli greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi. L’effetto è stato immediato. Avere una banca centrale come controparte è una sensazione assai sgradevole per un operatore: è come quando al tuo tavolo da poker arriva un concorrente con un portafogli alto così. Fa paura.
Ma la Bce ha fatto di più. Intanto ha riaperto le linee di swap in valuta con le banche centrali di Usa, Giappone, Canada e Svizzera per avere più dollari a disposizione. Nei giorni della caduta dell’euro infatti il mercato interbancario del dollaro in Europa e in Asia aveva vissuto tensioni. In un comunicato stampa poi ha avvertito i mercati che «comprerà titoli di debito pubblico e privato per assicurare profondità e liquidità ai segmenti di mercato inefficienti» (si pensi ai titoli greci ultimamente). Inoltre ha annunciato operazioni di pronti contro termine per le banche (le banche portano i titoli che hanno in garanzia e ottengono liquidità) di lunga durata: il 12 maggio per 6 mesi e il 26 maggio e 30 giugno per tre mesi. Il mercato chiedeva un mare di liquidità? Eccola. Dal punto di vista dell’aggressività operativa la Bce oggi assomiglia un po’ di più alla Fed statunitense. Un cambiamento auspicato da anni dagli economisti più avveduti.
Poi ci sono le misure dei governi che segnano, anche queste, un deciso cambiamento di atteggiamento verso una politica economica condivisa. Il pacchetto complessivo è apparentemente imponente (750 miliardi di euro, quasi mille miliardi di dollari), ma di contante c’è ben poco. Sono solo 60 i miliardi in cassa alla commissione europea per correre in aiuto di paesi in difficoltà. Il resto dei soldi (710 miliardi) sono solo garanzie. Il meccanismo escogitato (c’è da crederci che ci sia lo zampino di Tremonti) è paradossalmente simile a quello dei derivati tanto aborriti. Verrà creata una società ad hoc, uno Special purpose vehicle, che si chiamerà Efsm (meccanismo d’emergenza per la stabilizzazione finanziaria) ed emetterà obbligazioni sul mercato garantite dai 16 governi dell’euro.
Queste obbligazioni avranno ovviamente il massimo rating possibile (AAA). Il paradosso è che l’Europa prenderà dai mercati i fondi per aiutare i paesi che... i mercati rifutano. Alla faccia della retorica sul “branco dei lupi” o “dell’assalto al forte euro” che i governanti europei avevano abusato in questi giorni. Aldilà dell’ironia dell’operazione però vale la pena sottolineare due fattori. Il primo è il significato politico: l’Europa finalmente accetta di emettere euro-bond, ovvero titoli garantiti collettivamente per aiutare singoli stati membri. Il secondo è che l’Ue batte il mercato giocando secondo le sue regole.
Il senso complessivo delle misure decise è di creare un pavimento, un “limite” alle difficoltà dei paesi euro a finanziarsi. Nello specifico la Ue afferma che, oltre a non lasciar fallire nessun governo dentro l’Euro, il 5% è oggi il tetto massimo di finanziamento per i governi. Non è un caso che il 2 anni greco è passato dal 14% al 4,9%.
Tutto bene dunque? Essenzialmente si. Il problema di breve periodo, il rischio sistemico, è in larga parte risolto. Certo è importante che l’ente che emetterà i bond per finanziare eventuali crisi (l’Esfm) sia fondato presto e che non resti sulla carta. Anche se probabilmente quei fondi non verranno mai usati. Il mercato infatti è super liquido. Ora sa che il suo rischio massimo è stato “limitato” da una rinata Europa, e può tornare a investire. L’attenzione dovrebbe quindi tornare ai “fondamentali”. Ovvero ai processi di riaggiustamento economico e fiscale dei paesi euro. E in particolare alla loro sostenibilità sociale. Una partita, questa, che è solo iniziata.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







