La foresta amazzonica in diretta sulla Rete

Andrea Alicandro
bonelli.jpg

INDIGENI. A Suruaca, un villaggio di 500 abitanti su una riva del Rio Tapajos, usano internet per difendere la propria terra. La seconda e ultima puntata del nostro viaggio tra gli abitanti dello Stato del Parà in Brasile.

«Scusa posso collegarmi un attimo? Certo». Una conversazione piuttosto banale all’interno di una casetta di legno con postazioni internet alimentate da pannelli solari. Ovviamente non sarebbe una gran notizia, se non ci trovassimo nella foresta amazzonica, dove la modernità serve a difendere l’identità dei popoli e la vita stessa. Precisamente siamo a Suruaca, un villaggio su una riva del Rio Tapajos. Qui la gente del posto ha imparato a usare le nuove tecnologie per difendersi dall’aggressione dei tagliatori di legname, dei sojeros (i coltivatori di soia) e persino dei cercatori d’oro. Gente che arriva, preda e se ne va. 
 
A Suruaca, 500 abitanti, non c’è molto a parte il telecentro, alcune casette, qualche capanna di legno, una chiesa in muratura. Una signora ci accompagna a vedere un pozzo con un coccodrillo, mentre delle tartarughe gli stanno comodamente sulla testa. Basta fare pochi metri fuori dal villaggio, però, per addentrarsi in una foresta immensa, ricchissima di vita. Ma anche un colossale affare per molti, a scapito dei popoli che la abitano da sempre. I riberinhos (abitanti del fiume) di Suruaca sono fisicamente isolati dal resto del mondo, ma non vogliono più esserlo culturalmente. La televisione non gli basta più, perché il tubo catodico gli permette solo di ricevere informazioni. Loro invece vogliono anche darne. Dejau Lima è un giovane istruttore che insegna ad usare internet. «Abbiamo tanti progetti per sviluppare un’economia sostenibile. Con la Rete non siamo più una società isolata ma possiamo comunicare al mondo i nostri problemi. È anche per questo che se ne parla di più. Ora il mondo discute dei problemi dell’Amazzonia. Mentre dalla foresta guardano al mondo». 
 
Qui a Suruaca si usa il software libero, perché la conoscenza è patrimonio di tutti e c’è un discreto controllo per evitare che qualcuno finisca su siti porno o pericolosi. Jardson Melo è un volontario, capelli e barba lunga. Ci racconta con orgoglio che è stata la comunità di Suruaca a dare la notizia della morte di Giovanni Paolo II. Sul web. Solo dopo è arrivata la televisione locale di Santarem. Fabio Pena, responsabile comunicazione della Ong Saude e Alegria, ci spiega che i progetti a Suruaca sono inseriti in un contesto più ampio. «Rendere le comunità interconnesse e creare una riserva significa difendere la foresta e la vita».
 
Saude e Alegria, salute e allegria, non è un nome casuale. È l’essenza di un progetto. Con la nave ospedale Abarè, amico che ti guida in lingua indigena Tupì, girano per gli immensi fiumi e curano gli abitanti. Con un metodo alla Patch Adams. Quando Abarè attracca su una spiaggia scendono clown e pagliacci e con i loro spettacoli insegnano a prevenire malattie, curarsi, a rispettare le norme igieniche. Si diverte molto anche Paulo Roberto Sposito de Oliveira, per tutti solo Magnolio. Anima di Saude e Alegria, avvocato e docente universitario di professione, ambientalista per natura, quando può smette i soliti panni e si ficca un nasone rosso sul viso dipinto di bianco. E così inizia la festa. Ridendo e scherzando la mortalità infantile nella zona è stata ridotta del 75 per cento e ogni anno vengono curate 21mila persone su una popolazione di 29mila. Abarè, costata 750mila dollari, ha salvato parecchie vite. 
 
Le malattie più diffuse nella zona, febbre tropicale, tubercolosi e le smaniosi, non sono più una minaccia costante. Numeri e fatti snocciolati da Fabio Tozzi, il medico coordinatore del progetto. La barca è stata comprata sette anni fa, soprattutto grazie a un contributo degli olandesi di Terres des hommes. Ma anche dei Verdi. «È un esempio di cooperazione internazionale riuscita - spiega Angelo Bonelli, presidente dei Verdi -. Un progetto vitale per salvare la foresta perché le popolazioni fluviali sono un argine alla deforestazione visto che dove vivono loro è più difficile tagliare gli alberi indisturbati. È la presenza di queste comunità che può salvare l’Amazzonia». 
 
Infatti dove vivono i riberinhos diminuiscono i crimini ambientali e la deforestazione è più lenta. Un progetto che coinvolge e viene studiato nel mondo. Bill, un ragazzo svedese, sta facendo uno stage a bordo di Abarè e si occupa della realizzare video educativi. Dalle malattie sessualmente trasmissibili alla pianificazione familiare, fino allo smaltimento dei rifiuti sostenibile, per non inquinare i fiumi. L’Amazzonia è ricca d’acqua, una risorsa preziosa per la biodiversità dell’area. Due ricercatrici canadesi, Jade Yehia e Crystal Tremblay, sono partite da Vancouver per studiare il sistema idrico e la qualità delle acque. La salute dei fiumi Tapajos e Arapinius, è sostanzialmente buona ma c’è anche qualche problema. Un pozzo nella comunità di Marò, lungo l’Arapinius, è risultato inquinato. È quello accanto alla scuola dove un centinaio di bambini vanno a lezione. Tanti di loro dopo aver fatto ore di navigazione, ma, si sa, la cultura è importante anche per chi farà l’agricoltore o il pescatore in un angolo di mondo. La segnalazione a Saude e Alegria risolverà in breve tempo il problema. 
 
Quest’angolo verde di mondo, con i suoi conflitti, con le sue peculiarità, è capace di incantare anche chi ha lunghe e dure esperienze professionali alle spalle. Enrico Bellano è un inviato del Tg1 testimone di tutte le guerre degli ultimi anni. Nel 2003 ha documentato in diretta i primi bombardamenti sui palazzi di Saddam. Ma per la Rai ha seguito anche le missioni dei Verdi italiani in Amazzonia. «Mi ha colpito la diversità del conflitto. Qui ha come centro la conservazione e la difesa della natura, non solo il potere e la ricchezza. Siamo distanti anni luce da quanto accade in Afghanistan o in Medio Oriente. La diffusione della cultura, della modernità e della comunicazione come strumenti di lotta, forse anche più importanti delle armi».   

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31