Le inspiegabili sanzioni all’Iran che umiliano Lula
MEDIO ORIENTE. Proprio quando il regime di Teheran aveva deciso di far arricchire l’uranio fuori dal suo territorio nazionale, grazie all’intervento brasiliano, gli Usa hanno deciso di stringere la morsa.
Alla fine sono arrivate. Dimezzate, frettolose, foriere di pessimi scenari di conflitto, le tanto temute “schiaccianti” nuove sanzioni contro l’Iran sono state infine approvate in sede Onu nella notte di martedì, dopo una decisa scelta da parte di Washington di accelerare a ogni costo l’approvazione di un nuovo giro di vite contro Tehran. Nuove restrizioni nelle transazioni commerciali, nuovi e più estesi controlli su navigli e cargo diretti nella Repubblica islamica nel caso si importino armi, nuovi divieti per le compagnie internazionali che intendano vendere pezzi di ricambio aereonautici alle compagnie iraniane.
Nel pacchetto di divieti che tante volte, in questi mesi, il presidente Usa Barak Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton avevano minacciato di presentare davanti al Consiglio delle Nazioni Unite, non c’è poi molto di nuovo. Le tanto temute sanzioni contro la raffinazione del petrolio, ideate dal Congresso di Stato Usa e rimaste sulla scrivania di Obama dal 2009, sembrano per adesso assenti dal pacchetto. Verrebbe voglia di dire “menomale”, se non si trattasse di energia inquinante; perchè queste ultime sanzioni, favorite sopratutto dalla Clinton, avrebbero punito chiunque avesse voluto aiutare l’Iran a raffinare o importare benzina e gas, prendendo di mira la cronica mancanza di idrocarburi raffinati da parte del Paese del Petrolio (l’Iran è terzo al mondo per risorse petrolifere e secondo per risorse gaziere), che tuttora importa almeno il 50% dei propri consumi dall’estero.
Se il presidente Ahmadinejad ha fatto per anni dell’arricchimento nucleare a scopo civile il suo cavallo di battaglia basandosi proprio sull’argomento che l’Iran non può raffinare né importare abbastanza benzina, ecco che le sanzioni volute da Washington andavano ulteriormente a limitare le importazioni energetiche iraniane, di fatto dando una mano alla propaganda a favore dell’energia nucleare delll’arcinemico Ahmadinejad. Ma se lo spettro delle sanzioni sulla raffinazione sembra rimandato a data da definire, visto che non sarà facile ottenere alcun ulteriore giro di sanzioni dopo quello di martedì in sede Onu, resta il fatto che il colpo di mano di Washington è difficile da spiegare.
Una scena, fra tutte, rende bene lo stupore sulla strana tempistica dell’approvazione delle sanzioni da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza . È quella del ministro degli esteri iraniano Manoucher Mottaki che, avvicinato ieri da un cronista dell’Agenzia Reuters per un commento sulle nuove sanzioni, ha guardato il giornalista sbigottito per poi chiedere: «Sanzioni? Ma è sicuro?».
E davvero è difficile comprendere il gesto americano contro Tehran, con la scelta del momento più improbabile, dopo anni di conflitto diplomatico, per muovere scacco. Mai come in questi giorni il clima sembrava distendersi fra l’Iran e gli oppositori del suo programma nucleare. Proprio lunedì Tehran aveva stupito il mondo decidendo di compire un passo indietro, e firmare un accordo con Turchia e Brasile per la de-territorializzazione del proprio programma nucleare.
Un accordo nel quale il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva aveva investito tutta la propria credibilità nel suo ultimo anno in carica, recandosi personalmente a Tehran lo scorso fine settimana per strappare al Governo Ahmadinejad, dopo mesi di secco rifiuto, la tanto attesa firma per la resa -condizionata - della Repubblica Islamica alla consegna di almeno il 70% del proprio uranio arricchito all’AIEA.
Si sarebbe trattato di 1200 kg di uranio arricchito al 3,5%, il grosso dei frutti della ricerca nucleare iraniana, che Tehran avrebbe consegnato alle Nazioni unite per farle stoccare temporaneamente in Turchia, e riceverne in cambio 120 kg di uranio arricchito al 20%, quanto sarebbe bastato per i programmi di ricerca medica perseguiti in terra persiana. Di fatto, un segno di fiducia e cooperazione del tutto nuovo da parte della Repubblica degli Ayatollah; un segno che la comunità internazionale poteva disporre direttamente del materiale iraniano per verificarne gli scopi civili, e un deciso rallentamento nella corsa al reattore per mancanza di sufficiente materiale arricchito.
Ma anche un successo diplomatico senza precedenti per le due potenze mediatrici emergenti, Turchia e Brasile. Svanito nel giro di 24 ore, con l’umiliazione delle sanzioni arrivata come una doccia fredda. Washington deve aver deciso di agire prima che fosse troppo tardi, bruciando sul nascere gli sforzi truco-brasiliani. Nel Golfo del petrolio tornano ora i venti di guerra, ogni altra opzione bruciata una volta per tutte.
Curioso che all’Iran siano toccate le famigerate sanzioni Onu nell’arco di un mese cominciato con l’entusiastica adesione americana all’annuncio, da parte dell’Arabia Saudita, di voler inaugurare un programma nucleare a scopo civile, avanzando le stesse scuse rivendicate da Tehran; e conclusosi settimana scorsa con l’annuncio di una partnership russo-turca volta a importate da Mosca materiale e scienziati per costruire la prima centrale nucleare civile ad Ankara.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







