Le verdi sentinelle dell'ecosistema

Federico Aragona
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SPECIALE. Quattro progetti del Consiglio nazionale delle ricerche valorizzano il ruolo degli alberi nella salvaguardia dell’ambiente. Dalla barriera contro lo smog e la CO2 alla prevenzione degli incendi.

Resina che colava dagli alberi che componevano le foreste tropicali del continente africano durante il Cretaceo, 95 milioni di anni fa, quando ancora sulla Terra dominavano i dinosauri. Nel tempo trasformata in ambra di colore giallo-rosso chiaro, con dimensione dei pezzi fino a 25 centimetri di diametro. La scoperta è avvenuta in Etiopia centrale e la resina preistorica è stata studiata fin nei più piccoli particolari da un’equipe internazionale di ricercatori. È dedicato al ruolo dell’albero nell’ecosistema l’ultimo focus del Consiglio nazionale delle ricerche pubblicato sull’Almanacco della scienza. Quattro diversi studi ai quali hanno partecipato gli scienziati dell’Ente, da cui emerge la vitale necessità di tutelare, a ogni costo, questi silenziosi abitanti della nostra Terra.
 
Alla scoperta africana, la prima a quelle latitudini, hanno contribuito Eugenio Ragazzi e Guido Roghi, rispettivamente dell’università di Padova e dell’Istituto di geoscienze e georisorse (Igg) del Cnr. I due ricercatori si sono occupati della datazione della resina attraverso studi palinologici e chimico-fisici e di indagare, attraverso l’analisi dei pollini estratti dallo stesso materiale organico fossilizzato nelle argille nel quale sono state trovate le ambre, le condizioni meteo-climatiche di quel tempo. «Le foreste tropicali composte da conifere erano site nell’area, che diventerà famosa come la “culla dell’umanità” dove l’uomo fece i suoi primi passi» racconta Roghi.
 
«Queste piante essudavano una resina che inglobava e diventava la tomba di tutti gli insetti, ragni, funghi, batteri e nematodi che popolavano quel ricco ambiente. Lo studio di questi organismi rappresenta una finestra sul Cretaceo, periodo durante il quale apparvero e si diversificarono le piante con fiore (angiosperme), che con la loro diffusione cambiarono drasticamente gli ecosistemi terrestri. Nella resina sono stati trovati anche i resti di insetti tra più antichi mai ritrovati in Africa, come la prima formica fossile e il più antico ragno costruttore di ragnatele». Aver trovato ambra africana è particolarmente significativo, se si pensa che la maggior parte delle resine fossili conosciute provengono dall’emisfero Nord e che i ritrovamenti nell’emisfero australe sono sempre stati molto scarsi. Questo rende la nuova scoperta fondamentale per capire la paleoecologia e l’evoluzione degli organismi di questa parte della Terra. 
Vediamo ora il secondo studio del Cnr.
 
Con tiglio e biancospino, smog e CO2 la piantano 
“Un bosco per Kyoto” è il premio istituito dall’Accademia Kronos in collaborazione con l’Associazione italiana cultura e sport (Aics) e il Comune di Roma, per contribuire a contenere il riscaldamento globale. L’edizione 2010 è stata vinta da Rita Baraldi dell’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr di Bologna per i suoi studi sulla funzione benefica degli alberi per l’ambiente e la salute umana. La ricerca, partita nel 2007, ha fornito precise informazioni sull’interazione pianta-atmosfera e sulle specie vegetali più adatte alla mitigazione ambientale. «Durante la fotosintesi - racconta Baraldi - le piante non solo accumulano CO2 dall’atmosfera e liberano ossigeno  in modo direttamente proporzionale alla superficie fogliare. Ma rilasciano anche nell’aria i Voc, che impartiscono il caratteristico profumo alla pianta e l’aiutano a sopravvivere, attraendo gli insetti impollinatori e proteggendola da condizioni ambientali sfavorevoli, quali temperature e intensità luminose eccessive».
 
Lo studio ha evidenziato che «i Voc hanno un ruolo determinante nella chimica dell’atmosfera, contribuendo alla formazione e/o alla rimozione di ozono troposferico, presente negli strati più bassi dell’atmosfera in funzione della concentrazione di sostanze inquinanti antropogeniche (traffico veicolare, processi industriali, riscaldamento degli edifici), in particolare degli ossidi di azoto (NOx). Una corretta progettazione delle coperture verdi in città richiede dunque un’opportuna scelta delle essenze vegetali da impiantare». La ricerca ha permesso di classificare le alberature in base all’impatto ambientale. E decisamente adatti per l’elevata capacità di assorbimento di CO2 e una bassa emissione di Voc si sono rivelati l’orno (Fraxinus ornus), il biancospino (Crataegus monogyna) e il tiglio selvatico (Tilia cordata). 
Veniamo alla terza ricerca. 
 
Il cipresso, un efficace pompiere 
Per limitare gli effetti degli incendi boschivi l’Istituto per la protezione delle piante (Ipp-Cnr) ha proposto in sede europea un progetto per la costituzione di barriere verdi di cipresso. L’innovativa proposta di contrastare gli incendi (fino a quelli di media intensità) con una specie arborea ha già dato prova di efficacia in occasione di alcuni eventi in Turchia. «È un approccio paesaggisticamente molto valido, economico (per la produzione di legno che ne deriva) ed ecologico, perché il Cupressus sempervirens è una specie autoctona del bacino mediterraneo», spiega Paolo Raddi, ricercatore associato dell’Ipp-Cnr. «Prevediamo la realizzazione di fasce verdi costituite con 50 cloni di cipresso della varietà a chioma espansa, resistenti al cancro, disposti su 17 file con un sesto d’impianto di 3mx3m.
 
Il cipresso ha una bassa infiammabilità rispetto ad altre specie mediterranee e l’aspetto largo della varietà horizontalis, insieme all’elevata acidità delle sostanze organiche morte che si raccolgono alla base ostacolano la germinazione dei semi e quindi lo sviluppo delle piante di sottobosco. Il cipresso, poi, si autopota negli anni, allontanando da terra la massa infiammabile». Un albero ideale, insomma, per impedire il propagarsi di una delle maggiori problematiche ambientali del bacino mediterraneo. L’idea dell’Ipp-Cnr è stata presentata al “Programme Operationnel Med” con partner portoghesi, spagnoli, francesi, maltesi, greci, turchi, tunisini ed israeliani, superando con merito la prima selezione. Infine l’ultimo progetto.
 
Foreste d’Europa in fumo? Ci pensa Fume 
«Gli incendi rappresentano uno dei maggiori elementi di rischio per gli ecosistemi naturali in numerose zone europee, in particolare nell’area mediterranea, ma anche nel Centro e nel Nord Europa e sono inoltre una grave minaccia anche per i Paesi del Nord Africa. Molto probabilmente in futuro il fenomeno aumenterà». In Italia nel 2005 si sono verificati quasi 8.000 incendi boschivi, 48.000 nell’Europa mediterranea. Gli ettari di bosco bruciati sono rispettivamente 47.575 e 600mila. A tracciare questo quadro è Laura Bonora, dell’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr di Firenze che lavora al programma Fume (Forest fires under climate, social and economic changes in Europe, the Mediterranean and other fire-affected areas of the world), finanziato dall’Unione europea nell’ambito del 7° Programma Quadro, che vede la collaborazione di 33 istituzioni scientifiche di 17 Paesi e 4 continenti.
 
«Negli ultimi anni, eventi di straordinaria gravità sono da associare a ondate di calore e di siccità che hanno interessato le regioni meridionali dell’Europa, così come altre zone in tutto il mondo. Del resto, l’intensificarsi di queste condizioni estreme è un fattore di rischio che dobbiamo essere pronti a fronteggiare negli anni a venire». Principale obiettivo del progetto Fume - che avrà una durata di 48 mesi - è capire come questi fattori hanno interagito in passato per sviluppare dei modelli matematici in grado di fornire una previsione più possibile precisa sull’evoluzione del fenomeno. Sarà perseguito tramite l’elaborazione di un’ampia cartografia degli incendi forestali a livello europeo, cercheremo di identificare gli elementi che hanno portato agli eventi più gravi e realizzeremo mappe dei rischi potenziali, includendovi la valutazione della vulnerabilità della vegetazione e le difficoltà di rigenerazione degli ecosistemi, in particolare per la siccità.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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