L'Europa mediterranea nel tempo della crisi

Bruno Picozzi da Lisbona
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MONDO. Guerriglia urbana, incendi, morti: i numeri della finanza si stanno traducendo in Grecia in durissimi costi umani. E siamo soltanto all’inizio del tunnel. In Portogallo si cerca intanto di vivere alla giornata ma lo spettro di ciò che accade ai cugini greci fa paura. Il governo di centrosinistra guidato da José Sócrates sta prendendo misure precauzionali in tutto simili a quelle messe in campo ad Atene: tagli a salari e pensioni.

I differenziali sui bond si allargano, i governi trattano al di sopra del tasso interbancario e qualcuno rischia il declassamento del rating. In questi giorni servirebbe un master in economia per leggere i quotidiani. Tutti lì a snocciolare percentuali di Pil, occhi puntati su Atene come se fosse il centro del mondo, per spiegare che se il debito cresce oltremisura e la produzione non tira allora diminuisce la fiducia dei mercati e le banche non fanno credito. Ma chi dovrebbe capire cosa? Quanti, dopo aver letto cumuli di cifre, sono davvero consapevoli che la Grecia è nel bel mezzo di una crisi sociale di portata storica che avrà conseguenze imprevedibili su tutto il continente? 
 
Guerriglia urbana, incendi, morti, i numeri della finanza si stanno traducendo in costi umani e siamo soltanto all’inizio. L’Adriatico ancora ci separa dagli scontri di piazza ma sull’Oceano Atlantico, dall’altro lato dell’Unione europea, il Portogallo ben presto potrebbe seguire a ruota. Tutto per colpa di quelle percentuali di Pil così dure da comprendere che rischiano di devastare i conti bancari di tutti coloro che ragionano in euro. Eppure, mentre la Grecia va a fuoco, nelle strade di Lisbona la gente si preoccupa più dei successi di Mourinho e Cristiano Ronaldo che del deficit dello Stato. Le note malinconiche del fado aleggiano sulla città e riportano alla mente la voce di Teresa de Sio e certe arie tristi della canzone napoletana. Prevedere disordini e rivolte nella centralissima Rua Augusta, tra turisti accaldati e venditori di marijuana, sembra quasi un esercizio da “cassandre”, sensazionalismo giornalistico di dubbia utilità. Invece, per una volta, il diavolo potrebbe essere davvero brutto come lo si dipinge. 
 
Nel 1959, per ringraziare Dio di aver risparmiato al Portogallo gli orrori della Seconda guerra mondiale, sulla riva del fiume Tago di fronte a Lisbona fu eretta una statua gigante copia del celebre Cristo di Corcovado che domina Rio de Janeiro. Erano gli anni della dittatura cattolico-tradizionalista di Salazar, un regime bigotto che vivacizzava l’economia del Paese pompando risorse e sangue negli orrori dell’avventura coloniale. La nazione in quegli anni viveva isolata dal resto dell’Europa, immobile sotto il pugno di un governo che lasciava all’antica Olisippo «il suo statuto di capitale più disastrata d’Europa», come la descrive lo studioso Jean-Noël Mouret. «Strade sfondate, cumuli d’immondizia, scoli insalubri, edifici al limite della rovina».
 
Dall’ingresso nella Comunità europea, nel 1984, il Portogallo democratico ha investito massicciamente nella modernizzazione, dotandosi di linee metropolitane efficienti, fattorie eoliche all’avanguardia e promenades deliziose per turisti di buon gusto. Il Parque das Nações, quartiere modernissimo che fu sede dell’Expo 1998, nonostante i suoi errori urbanistici è la giusta vetrina di un Paese in rapido sviluppo. I miglioramenti sono evidenti ma nelle maggiori città il volto accattivante delle antiche facciate coperte di azulejos, le bellissime ceramiche tipiche della regione, rimanda a un passato glorioso che contrasta con le condizioni attuali. L’abbandono manifesto degli edifici e la povertà ancora onnipresente a ogni angolo di strada sono lì a ricordare che la giovane democrazia lusitana rischia di perdere il sorriso dell’adolescenza per ritrovarsi ingloriosamente adulta e provata dalla vita. 
 
«Il prossimo nel mirino sarà il Portogallo», affermava alcuni giorni fa il New York Times, con riferimento alla crisi finanziaria che ha messo al tappeto la Grecia. Se non fosse toccato prima alle finanze di Atene, lo Stato iberico sarebbe già sotto i riflettori. «Entrambe le economie sono al limite della bancarotta e ognuna di esse appare largamente più a rischio di quanto non fosse l’Argentina nel 2001, quando fu costretta a soccombere al default». Al fallimento. «Il Portogallo ha speso troppo negli ultimi anni, portando il suo debito al 78 per cento del Pil alla fine del 2009, contro il 62 per cento dell’Argentina nel 2001. Il debito è stato largamente finanziato dall’estero e, così come ha fatto la Grecia, il Paese non ha pagato interessi ma ogni anno ha rifinanziato la quota di interesse aumentando ulteriormente il debito». Un giochetto che non può durare all’infinito perché «si arriva al punto in cui il mercato rifiuta di finanziare questa truffa modellata sullo “schema di Ponzi”». 
 
Rischio infezione
Quando il debito della Grecia è arrivato al 114 per cento del Pil con prospettive di crescita ulteriore, a quel punto i mercati hanno detto stop. Alle condizioni attuali, per la fine del 2012 il debito del Portogallo dovrebbe raggiungere il 108 per cento del Pil. L’appartenenza all’eurozona limita la competitività del Paese e ne sopravvaluta l’economia reale. Il risultato è un’elevata spesa pubblica a cui non corrispondono entrate fiscali sufficienti. Oggi, solo per mantenere il debito costante a un tasso di interesse ragionevole, vista l’enormità del disavanzo pubblico, servirebbe un aumento del gettito fiscale pari al 10 per cento del Pil. Obiettivo impossibile agli attuali livelli di produzione. Secondo il leader dell’opposizione Passos Coelho, aderire alla moneta unica è stata una giusta ambizione, poi i portoghesi «si sono messi a dormire».
 
Da qui la conclusione: «L’adesione all’unione economica e monetaria ha trasmesso a tutto il Paese come un’illusione di ricchezza facile». L’errore «non è stata l’ambizione ma l’indolenza». Ora, non potendo guadagnare abbastanza da poter pagare le spese correnti, l’affidabilità del Portogallo è stata declassata a poco più che “spazzatura” dall’agenzia di rating S&P. Un’altra agenzia, Moody’s, minaccia di fare altrettanto. Di conseguenza la Borsa scende, le imprese chiudono e nel prossimo futuro si prevede un aumento massiccio della disoccupazione in assenza di ammortizzatori sociali efficaci. Questa volta innalzare presepi sulla riva del Tago non aiuterà il Paese a tenersi lontano dai guai. 
 
I grandi della finanza mondiale, riuniti per giorni al capezzale della Grecia, hanno deciso di salvarla dal fallimento calando dall’alto un piano di finanziamento del debito, un prestito di oltre 110 miliardi di euro a cui vanno aggiunte misure tecniche complesse in favore dei titoli di Stato emessi da Atene. Un “regalo” di proporzioni storiche, circa 4mila euro per ogni cittadino greco, che tuttavia non risolve i problemi strutturali del Paese, e sarà elargito solo a condizione di un duro ripensamento della spesa pubblica capace di riportare il Paese all’interno del patto di stabilità dell’euro, quel famoso 3 per cento deficit/Pil che tanto costò all’Italia negli anni Novanta. Tutto questo significa nient’altro che aumenti delle tasse e tagli massici a salari, pensioni e servizi. Ora, secondo l’economista Eric Chaney del gruppo Axa, lo scenario futuro «dipende dall’accoglienza politica e sociale al piano di rigore. Se i greci si rassegneranno a accettarlo, l’aiuto accordato sarà sufficiente».
 
Ma se il governo di Atene non farà per bene i compiti a casa il sostegno della Germania e dell’eurozona verrà meno. Non rispettare gli accordi, per duri che siano, «non è nell’interesse della Grecia - ha minacciato il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, sventolando lo spettro del default - Atene è obbligata ad applicare il programma di (austerità)». I mercati, dal canto loro, continuano a mostrare seri dubbi, considerando che il megaprestito sia servito solo a rimandare la resa dei conti. Nel frattempo i vertici politici e finanziari dell’Europa, da Trichet a Merkel, da Sarkozy a Draghi, si pronunciano per un irrigidimento delle norme che regolano il patto di stabilità «in modo che non possa essere aggirato». Insomma, per i Paesi economicamente più deboli d’Europa si prospetta un futuro di “lacrime e sangue”. 
 
Sforbiciate dolorose
Al momento gli schiaffi toccano alla Grecia. Per ottenere prestiti e fiducia il governo di centrosinistra di George Papandreou ha dovuto sottoscrivere l’impegno ad abbassare il disavanzo pubblico dall’attuale 14 al 3 per cento del Pil, risparmiando la modica cifra di 30 miliardi di euro in tre anni, costi quel che costi. «I cittadini dovranno fare grandi sacrifici», ha affermato il leader socialista, facendo appello «a un nuovo patriottismo e a una nuova coscienza collettiva». Sono state quindi tagliate tredicesime e quattordicesime a funzionari e pensionati, l’età pensionabile è stata innalzata di due anni, sono aumentate le aliquote di tassazione e l’Iva è salita di due punti. Verranno dolorosi i licenziamenti nei vari settori pubblici, lo scardinamento delle garanzie sindacali e la riforma al ribasso dei servizi sociali. Costi quel che costi, saranno le classi deboli a pagare buona parte del prezzo dell’emergenza. I sindacati hanno chiamato tutti alla mobilitazione, per «fare muro contro le misure antisociali».
 
«Tagliare salari e pensioni è una scelta facile - ha detto Spyros Papaspyrou, dirigente sindacale dell’Adedy - Ci sono altre cose che il governo può fare prima di prendere soldi da un pensionato che guadagna 500 euro al mese». La gente chiede provvedimenti forti contro privilegi, corruzione ed evasione, questioni non marginali se è vero che il 30 per cento della ricchezza del Paese sfugge alla pressione fiscale. Tutti sanno che le misure di austerità significheranno un aumento della povertà e, con la disoccupazione al 18 per cento e la chiusura di 65mila piccole e medie imprese negli ultimi mesi, metà dei greci si dichiarano pronti a invadere le piazze. Fuori del Parlamento, dove si decidevano misure assai impopolari, gruppi di manifestanti gridavano: «Siano i ricchi a pagare la crisi». 
 
Le manifestazioni del primo maggio hanno visto proteste violente e scontri di piazza. Lunedì sera la Tv di Stato non ha potuto trasmettere a causa dell’occupazione dell’edificio da parte di gruppi di disoccupati. Martedì e mercoledì scorsi il Paese si è fermato per il terzo sciopero generale in tre mesi e gruppi di manifestanti di sinistra hanno invaso l’acropoli con bandiere e striscioni che chiamavano alla rivolta tutti i popoli d’Europa contro le imposizioni del Fondo monetario internazionale. Tra gas lacrimogeni, vetrine spaccate e bombe molotov ci sono stati i primi morti, quel che prima era rabbia ora viene definito “furia cieca” e nel prossimo futuro lo scontro sociale non può che montare d’intensità. «Non pagheremo la vostra crisi» è diventato ormai uno slogan ripetuto in molte lingue. 
 
In Portogallo, numeri alla mano, la situazione non è grave come in Grecia. Tuttavia le prospettive future portano nella stessa direzione, la solvibilità del Paese arretra e la sfiducia dei mercati aumenta, facendo posto alla più aggressiva delle speculazioni. Ed è impensabile che l’Unione europea possa correre in breve a un nuovo salvataggio. Cosicché a Lisbona il governo di centrosinistra guidato da José Sócrates sta prendendo misure precauzionali in tutto simili a quelle messe in campo ad Atene: tagli a salari e pensioni, snellimento dei servizi pubblici, aumento delle tasse, privatizzazioni.
 
La situazione sta diventando esplosiva anche in terra lusitana, altro che «trasformare il sogno in vita» come chiedevano gli studenti di sinistra alla festa nazionale del 25 aprile, e già sui forum dei giornali aleggia una sottile ammirazione per i manifestanti greci. «Non sono così mansueti come noi - scriveva un lettore del quotidiano Público - Quando si tratta di protestare, protestano senza vergogna alcuna». Il Paese sembra immobile la sua tranquilla quotidianità, in fondo l’economia mondiale dà segni di ripresa e basterebbe veder ripartire la locomotiva tedesca che tutta l’Europa si metterebbe al traino, dicono.
 
La prossima asta su 4,6 miliardi in titoli di Stato portoghesi, quelli declassati da S&P, potrebbe però smentire questo ottimismo. Non è probabile ma è possibile. E se il popolo, messo sotto pressione, dovesse rivelarsi meno mansueto che in passato, anche Lisbona potrebbe diventare il teatro di proteste feroci e scontri di piazza. Allora comincerebbe l’effetto domino e sulla lista dei cattivi, dopo Grecia e Portogallo, seguono nell’ordine Spagna, Irlanda e Italia.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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