Nel caos afgano ancora attacchi alle bambine
AFGHANISTAN. Secondo la Ong Save the Children tra il 2006 e il 2008 sono stati 2.450 gli attacchi alle scuole. La metà delle lezioni si tiene all’aperto e le ragazze sono facile bersaglio delle aggressioni talebane.
All’ospedale di Kunduz le stavano già aspettando. Almeno trenta bambine afghane, partite la mattina verso la scuola per andare a lezione finite invece in un pronto soccorso di ospedale, intossicate da un gas sconosciuto, gettato da un uomo sconosciuto, vestito di abiti scuri e con la bocca coperta da un panno, ha detto una delle bambine che l’hanno visto gettare la bottiglia tossica dentro la scuola, per quella epidemia di natura sconosciuta che ormai imperversa in Afghanistan: l’ossessione contro le scuole per ragazze.
Ormai è talmente diffusa che mentre ieri le bambine di Kunduz finivano in ospedale per aver respirato un gas di cui ancora si sa poco, altre sei bambine facevano la stessa identica fine a Kabul. L’ultimo attacco risaliva soltanto alla settimana scorsa, ancora una volta contro una scuola femminile. Secondo l’ultimo rapporto stilato da Save the Children, gli attacchi nelle scuole in Afghanistan sono stati ben 2.450 nel solo biennio fra 2006 e 2008, peraltro uno dei periodi più tranquilli in questo decennio di operazioni militari Nato contro i Talebani.
A farne le spese finora sono state 235 persone, fra bambine e insegnanti, in un paese in cui la metà delle lezioni scolastiche ancora si tiene all’aperto o fra le tende, per mancanza di strutture. Del resto non c’è da stupirsi; soltanto ieri il ministero dell’Economia afghano ha annunciato l’avvenuto scioglimento di 172 organizzazioni non governative per “cattiva amministrazione”. Dei miliardi di dollari piovuti sull’Afghanistan per accompagnare le truppe Nato e la missione “Libertà Duratura”, la maggior parte sono finiti in tasca ai soliti ignoti, o ai signori della guerra, o a facilitatori di ogni genere. Lasciando le bambine afgane a studiare all’ombra di qualche tenda, esposte agli attentati del primo fanatico di passaggio, o del primo mercenario in cerca di un mezzo per ricattare genitori e persino ottenere un contratto come uomo della sicurezza.
Ne sa qualcosa il fratellastro di Karzai, Ahmed Wali, che da quando controlla la zona di Kandahar è riuscito a farsi accusare contemporaneamente di corruzione, traffico di droga sotto il naso degli americani, e collaborazione con la Cia sotto il naso del governo di Kabul. Ahmed Wali nega, dichiara che si tratta di speculazioni a suo danno politicamente motivate, ma intanto si prepara all’offensiva americana su Kandahar prevista per quest’estate. Alla quale seguiranno altri fondi per la ricostruzione e l’intervento sociale, e quindi nuovi affari.
Tutte gatte da pelare per il fratello Hamid Karzai, presidente afgano, che intanto è approdato con dieci ministri al seguito a Washington pronto a tutto per recuperare il rapporto con il Pentagono, incrinatosi pesantemente a partire dalle ultime elezioni afgane. L’attenzione è tutta su quanto tempo il presidente Obama è disposto a dedicare all’ex alleato in disgrazia, Karzai.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






