Thailandia, nuove prove di dialogo tra “rossi” e governo
ASIA. I manifestanti antigovernativi accettano di partecipare alla tavola rotonda proposta dal presidente del Senato per tentare di avvicinare le parti. Un gruppo di sessanta senatori porterà avanti la mediazione.
Nuovi spiragli di dialogo tra le Camicie rosse e l’esecutivo tailandese. Dopo cinque giorni di guerriglia e violenza per le strade della capitale i manifestanti antigovernativi hanno accettato ieri di partecipare ai colloqui proposti dal presidente del Senato, Prasobsuk Boondej, per tentare di avvicinare le parti. Le trattative dovrebbero essere condotte da un gruppo di 60 senatori, che si sono offerti di esercitare i loro buoni uffici per cercare di trovare una soluzione alla crisi politica che da oltre due mesi paralizza la politica e le istituzioni della Thailandia.
«Abbiamo accettato di prendere parte alla nuova tavola rotonda organizzata dal Senato perché se permettiamo che le cose continuino ad andare in questo modo non possiamo sapere quante altre vite verranno perse», ha dichiarato in una conferenza stampa Nattawut Saikua, uno dei leader dell’Udd, il Fronte unito per la democrazia contro la dittatura. «È tempo di riportare la pace nel Paese. Siamo pronti per i negoziati».
All’apertura dei “rossi”, però, non è seguito al momento alcun gesto di distensione da parte del governo. Tramite il vicepremier Suthep Thaugsuban, l’esecutivo ha infatti respinto la proposta di un cessate il fuoco avanzata dai manifestanti, definendola un «non senso» e sottolineando che «le forze di sicurezza stanno esercitando le loro funzioni in linea con gli ordini del governo». «Le nostre misure di contenimento mirano a fermare il rifornimento di cibo, ridurre il numero di nuovi manifestanti e fare pressione per farli tornare nelle loro case», ha aggiunto il funzionario, spiegando che il giro di vite ordinato dalle autorità è stata «la nostra ultima risorsa» e che solo se i ribelli accetteranno di abbandonare pacificamente il loro presidio nel distretto commerciale di Bangkok «nessun altro proiettile sarà sparato dai soldati».
Quello di ieri non è il primo tentativo di avviare un confronto colloquiale tra le parti: i precedenti sono falliti per l’intransigenza dei due schieramenti. Ora però le Camicie rosse sono allo stremo delle forze e le pressioni sull’esecutivo per la fine del muro contro muro sono sempre più forti. Come rivelato dal Bangkok Post, l’ex primo ministro Banharn Silpa-archa, attualmente a capo del Chart thai pattana party, ha invitato l’Udd a porre fine alla protesta, promettendo che una volta ultimata chiederà subito al governo il ritiro delle truppe e che se l’esecutivo non gli darà ascolto ritirerà il suo appoggio alla coalizione di sei partiti che sostiene il premier Abhisit Vejjajiva.
Forti pressioni sul governo arrivano anche dalle catastrofiche previsioni economiche collegate al perdurare della crisi politica. Il think tank tailandese Kasikorn research centre ha pubblicato ieri una previsione sugli effetti che il blocco politico avrà sul Pil nazionale. I dati parlano di una contrazione dallo 0,5 al 2,3%, a seconda di quanto ancora durerà l’impasse. Una perdita con cui il governo sarà chiamato, in ogni caso, a fare i conti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







