Thailandia, prove tecniche di riconciliazione nazionale
ASIA. Le Camicie rosse sono pronte ad accettare la proposta del primo ministro per le elezioni anticipate. Ma in cambio chiedono che la data sia decisa dalla Commissione elettorale e garanzie per lo scioglimento delle Camere.
Prove tecniche di riconciliazione in Thailandia. Dopo quasi due mesi dall’inizio delle loro protesta contro il governo, le Camicie rosse hanno accettato ieri di prendere in considerazione una proposta del primo ministro Abhisit Vejjajiv per superare la situazione di impasse che da due settimane tiene bloccato l’intero Paese, in un granitico braccio di ferro che vede contrapposti i “rossi”, accampati nelle strade e nelle piazze della capitale, e l’esecutivo, deciso a non cedere alle loro richieste di elezioni immediate ma di fatto impossibilitato a governare.
L’opzione presentata dal premier è quella di indire una consultazione elettorale per il 14 novembre. Un’idea che tutto sommato non sembra dispiacere troppo ai manifestanti dell’Udd, lo United front for democracy against dictatorship, che per bocca di uno dei loro principali leader, Veera Muksikapong, si sono dichiarati favorevoli a iniziare un cammino di pacificazione per riportare la Thailandia alla normalità. A patto però, come si sono affrettati ad aggiungere, che l’esecutivo tenga in considerazione alcune richieste. In primo luogo la presentazione di un piano del governo per lo scioglimento del Parlamento, che secondo la legge dovrebbe avvenire tra i 45 e i 60 giorni prima delle elezioni. In seconda battuta la fine di ogni tentativo intimidatorio da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti. E infine l’intervento della Commissione elettorale per la fissazione della data esatta delle elezioni, che secondo i “rossi” non sarebbe di competenza del governo.
La precedente proposta avanzata dalle Camicie rosse, porre fine all’occupazione di Bangkok in cambio del voto entro tre mesi, aveva incontrato l’immediato e netto rifiuto di Abhisit, convinto che per portare il Paese alle urne fosse necessario un tempo molto più lungo. La nuova offerta del primo ministro va appunto incontro a questa esigenza, posticipando le consultazioni di 4 mesi rispetto alle richieste dell’Udd, ma è un chiaro segnale delle difficoltà che l’esecutivo sta incontrando. Difficoltà che non sono sfuggite all’opposizione rosso vestita, che attraverso i suoi leader sta adesso presentando le sue condizioni per la riconciliazione nazionale.
«Abbiamo deciso all’unanimità di cominciare un processo di pacificazione. Nessuno di noi vuole che vi siano ulteriori vittime», ha dichiarato Veera Muksikapong, alludendo agli scontro tra manifestanti e agenti della sicurezza che hanno causato in tutto 27 morti e oltre 1.000 feriti. «Ma deve essere la Commissione elettorale e non il governo a decidere la data delle elezioni, ed è necessario che l’esecutivo presenti un piano dettagliato per lo scioglimento delle Camere». La palla torna adesso al governo, che di fronte ha due possibilità: accettare le richieste dell’Udd oppure adottare la linea dura e respingerle, con il rischio di veder sfumare definitivamente ogni possibilità di dialogo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







