Thailandia, pugno duro del governo contro la protesta

Paolo Tosatti
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ASIA. L’esercito circonda l’accampamento delle Camicie rosse a Bangkok. Il leader dei manifestanti Khattiya Sawasdipol colpito alla testa da un proiettile. Il governo estende lo stato d’emergenza in altre 15 province.

Una protesta di oltre due mesi. Un braccio di ferro granitico con i manifestanti con scontri e violenze sullo sfondo, costati morti e feriti. Sessanta giorni esatti di blocchi nelle strade e nelle piazze della capitale. Eppure le autorità tailandesi sembrano ancora lontane dal trovare una soluzione al blackout politico-istituzionale che paralizza il Paese. 
 
L’Udd, lo United front for democracy against dictatorship, noto come movimento delle Camicie rosse, è sceso in piazza all’inizio di marzo per chiedere al premier Abhisit Vejjajiva di rassegnare le dimissioni e indire nuove elezioni. Da allora barricate di oltre due metri fatte con copertoni di camion e automobili, canne di bambù e filo spinato sono state erette dai manifestanti per delimitare il loro accampamento a Bangkok.
 
Un bivacco che in queste ore è nel mirino delle forze dell’ordine: i militari hanno infatti 
annunciato la loro intenzione di circondare la zona bloccando l’accesso, in una manovra a tenaglia che tuttavia non dovrebbe impedire ai manifestanti di abbandonare la zona. «In un’operazione per intensificare la pressione e limitare l’area della protesta, introdurremo mezzi blindati per contribuire a proteggere i soldati dai militanti tra i manifestanti», ha dichiarato Sansern Kaewkamnerd, portavoce dell’esercito.
 
La proposta avanzata la settimana scorsa dal primo ministro Abhisit di indire le elezioni per il 14 novembre è sembrata in un primo momento incontrare il favore di alcuni leader dell’Udd. Il tentativo di dialogo però si è arenato quasi subito sul banco di sabbia della responsabilità per le morti avvenute durante gli scontri delle scorse settimane, che in tutto hanno causato 27 morti e oltre mille feriti: ciascuna delle due fazioni ha accusato l’altra di essere l’unica colpevole delle violenze. 
 
Fallito il tentativo di dialogo, il clima è adesso sempre più teso, gli animi surriscaldati. L’ex maggiore dell’esercito Khattiya Sawasdipol, uno dei leader più radicali dei “rossi” è stato ferito gravemente alla testa da un colpo di arma da fuoco esploso nell’accampamento dei manifestanti antigovernativi. Conosciuto con il soprannome di «Seh Daeng» (Comandante rosso), Khattiya è stato portato d’urgenza in ospedale, senza che siano state diffuse notizie sul suo stato di salute. Le forze armate hanno da tempo dispiegato cecchini sui tetti circostanti il bivacco dei manifestanti del’Udd e intorno alla zona sono stati allestiti numerosi check point.
 
Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa locali, il governo tailandese si accinge a dichiarare lo stato di emergenza in altre 15 province per cercare di controllare il movimento antigovernativo. Una decisione che conferma l’adozione di una linea dura nei confronti della protesta, ma che è anche il chiaro segno delle insormontabili difficoltà che l’esecutivo si trova davanti, incapace di pensare a una soluzione che non sia basata sull’uso della forza.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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