Virginiana Miller, l'arte del risveglio
MUSICA. La band livornese pubblica il suo quinto disco, Il primo lunedì del mondo. La voce del gruppo, Simone Lenzi, racconta l’ultima fatica, tra suggestioni intime e contraddizioni moderne.
Tredici anni fa esordivano sulla nostra scena cosiddetta “indie” i Virginiana Miller, gruppo di Livorno che dalla città di provenienza prendeva il lato più malinconico e lo colorava di suoni e suggestioni personalissime. La loro formula espressiva, in equilibrio tra poesia e crudezza, è confermata anche oggi, a cinque dischi e quattro etichette di distanza, con Il primo lunedì del mondo, fotografia di un risveglio molto atteso, come testimonia il gallo scelto per la copertina del disco. Che tipo di risveglio ce lo spiega il leader dei Virginiana, Simone Lenzi, voce ed autore dei testi. «Non abbiamo mai preteso di parlare a nome di nessuno. Ma forse, come parte di una comunità, può darsi che questo senso di risveglio possa prestarsi a un contagio, nel senso che, se questa nazione ha toccato il fondo, per esperienza personale posso dire che una volta toccato il fondo si può cominciare una lenta riemersione».
E si inizia magari proprio dal momento più brutto, il lunedì mattina?
Personalmente ho un rapporto pessimo col mattino. Mi sveglio sempre arrabbiato e intrattabile e ci metto due ore a capire chi sono e dove sono. Spesso quando capisco chi sono, il malumore aumenta. Forse la scommessa dell’album stava proprio in questo: immaginare possibile un lunedì mattina che non fosse necessariamente all’insegna del mal di testa preventivo. Non si può credere di vivere per sempre nella domenica della vita. Bisogna impegnarsi, fare qualcosa, lavorare a progetti in cui ci ritroviamo e che possibilmente lascino il microcosmo che ci circonda un tantino meglio di come l’abbiamo trovato. Dobbiamo cercare di vivere una vita in cui il lunedì non sia più così brutto.
Possiamo dire che il sentimento prevalente del nuovo album è quello del disincanto, quasi una presa di coscienza, una illuminazione, sotto forma a volte di denuncia e ironia.
Quello del disincanto credo sia una tonalità comune a tutti i nostri dischi. Fa parte del nostro modo di essere: toscani, con l’aggravante della livornesità. Da noi nessuno si prende sul serio fino in fondo. Questo forse ti impedisce di raggiungere quel grado di barbarie necessaria, che è connaturato ad ogni grande mistificazione di successo. E ti salva anche dal diventare la caricatura di te stesso, come spesso capitare ad artisti che erano partiti con le migliori premesse.
Qualche parola su Livorno, luogo che è una certezza, quando si parla di poetica, intuizione e ironia (vedi, oltre ai Virginiana, i vari Rondelli, Ciampi o Virzì...) e un giudizio, invece, sulla toscanità più becera, quella che passa in televisione.
Livorno è una città dove si vive bene. Ottimo clima, ottima cucina, gente affabile, generalmente accogliente. Però pecca di autoreferenzialità. Ai livornesi interessa solo Livorno. Questo è una grosso limite. Per molti, è una condanna allo spreco del talento. C’è poi quell’altra toscanità che detesto dal profondo del cuore. La retorica dell’“olio bono”, della buona tavola genuina, quella di Bigazzi per intenderci. è spocchiosa e chiusa. Saccente. I Panariello e i Pieraccioni appartengono alla schiera dei comici che mi mettono una profonda tristezza. La Toscana è un gran bel posto, come tutti sanno. La bellezza però comporta responsabilità e troppo spesso non ne siamo all’altezza.
Mi sembra che il disco si muova su due poli esistenziali: da una parte la purezza dell’”abbraccio di mia madre” e dall’altro, l’evanescenza dei rapporti, rappresentata oggi dalla moda dei social network. Una presa di coscienza questa, dovuta all’età adulta?
Forse sì, senza però dividere il mondo con l’accetta, visto che ad esempio sono un fruitore appassionato dei social network... Ma se immagino il paradiso, se un paradiso deve potersi immaginare, non vorrei che fosse un posto troppo “etereo”. Neanche per Dante lo era. Il riferimento all’abbraccio della madre viene proprio da lui: è ciò che giustifica, spiega e rende necessaria la Resurrezione della Carne (Paradiso XIV). Il fatto cioè che potremo riabbracciare nostra madre, intendendo questo abbraccio come metafora di una ricomposizione di sé con l’altro, la fine della solitudine metafisica cui siamo condannati.
Qual è invece l’ispirazione della canzone “Oggetto piccolo (a)”, che mi sembra un affresco delle miserie umane contemporanee?
L’espressione “oggetto piccolo (a)” è un prestito da Lacan. Rappresenta il residuo del godimento. In altri termini e semplificando, è quella cosa per cui il godimento stesso si articola in modo diverso da soggetto a soggetto costituendosi come “fantasma”. Ciascuno ha il suo di qualcosa di perduto che si desidera. Nella canzone ci sono i giocatori di slot machines che finiscono tutti i soldi in quella fregatura, c’è il desiderio estremo dell’anoressica, c’è il fumatore compulsivo... Siamo tutti vittime del nostro fantasma in qualche misura e il nostro fantasma è inappagabile.
Cosa ha comportato per i Virginiana Miller il cambio d’etichetta (la Zahr records) allo scoccare dei vent’anni di carriera?
Le etichette discografiche per nostra esperienza sono come treni che si prendono e, come i treni, spesso si devono cambiare. Quando si cambia treno, a volte, la coincidenza arriva in ritardo e si rimane un po’ alla stazione. Alla fine però bisogna amare il viaggio in sé, essendo la destinazione una scusa inevitabile per viaggiare. Ma non è mai il treno che ami, è il fatto di starci sopra e di essere in movimento. Dato poi che, come abbiamo detto una volta, siamo “direttissimi altrove”, è del tutto inevitabile che ci tocchino questi cambi continui.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







