Ankara contro Tel Aviv e irritata con Washington

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Nicola Mirenzi da Istanbul
MONDO. Il blitz sulla nave pacifista che portava aiuti a Gaza: la Turchia risponde all’uccisione di 9 persone da parte dei militari israeliani (8 turchi e 1 americano) proponendosi come inedita potenza regionale.

La vittima più prestigiosa della maldestrezza con la quale Israele ha impedito a un convoglio umanitario di entrare a Gaza lunedì scorso per portare cibo e medicinali ai palestinesi è la relazione con il suo alleato mediorientale più solido e importante: la Turchia. Il presidente della Repubblica turca, Abdullah Gul, ha aspettato qualche giorno per dire che i rapporti tra i due stati non saranno più gli stessi. Ma in realtà già da tempo Ankara ha deciso di farsi rappresentante del sentimento anti-israeliano vivo nell’area, defilandosi da un’alleanza ferma. Lo scopo finale? Legittimare la volontà di elevarsi al rango di potenza regionale. 
 
Israele, vittima della sindrome di accerchiamento oppure di una più banale stupidità temporanea (copyright Haaretz), ha fornito alla Turchia un’occasione irrinunciabile per avanzare nel suo disegno: uccidendo, su una nave battente bandiera turca, nove persone: otto turchi e un americano. La reazione dell’esecutivo guidato dall’islamico moderato Recep Tayyip Erdogan è stata durissima: ritiro dell’ambasciatore da Gerusalemme, cancellazione di tre esercitazioni militari congiunte, campagna internazionale per punire il «terrorismo di stato» israeliano, messa in discussione degli accordi di cooperazione economica e militare. Per non parlare della silente e pericolosa copertura degli istinti vendicativi che covano nel ventre più islamista della sua società. 
 
Nelle manifestazioni seguite alla notizia delle uccisioni, nel centro di Istanbul, la solidarietà alla causa palestinese si è espressa con le categorie dell’Islam. Quindicimila persone, urlavano che «Allah è grande» e che «Israele è un assassino», sentendosi così più vicini ai «fratelli» musulmani soggiogati laggiù.  Nella stessa piazza, mi è stata consegnata una cartina geografica che mostrava in tutta la sua ampiezza, come si trattasse di un monolite, l’universo musulmano nel mondo: presagendone una sua fantomatica unità e naturalmente sorvolando sulle differenze abissali che attraversano lo stesso mondo. C’erano anche molte bandiere verdi con versetti del Corano, gli stemmi di Hezbollah, le donne tenute separate dagli uomini, come in una moschea, e ovviamente tutte velate. 
 
Il governo Erdogan, cioè del partito islamico Akp, sta usando questo sentimento identitario religioso per mettere a segno il progetto egemonico mediorientale disegnato dal suo finissimo stratega: il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu. La nazione che immagina quest’ultimo deve assumersi la responsabilità di un’opera di pacificazione regionale, tale da consacrare Ankara regina dello scacchiere e invertire la spirale di conflitti che dilania il Medioriente. Per fare questo, la Turchia ha bisogno di guadagnare la fiducia dell’intero mondo arabo musulmano. E cosa c’è meglio dell’ostilità (colorata religiosamente) a Israele? 
 
Ecco perché le distanze da Gerusalemme, che adesso sono arrivate al limite della rottura diplomatica, Ankara le ha cominciate a prendere da tempo: almeno dal 2009, quando Erdogan a Davos disse a Simon Peres che gli «israeliani sapevano bene come ammazzare i civili», riferendosi all’operazione “Piombo Fuso” sulla striscia di Gaza. Da quel momento in poi si potrebbe ricostruire tutto un percorso di strappi e allontanamenti di cui l’incidente sulla nave Flotilla rappresenta solo l’ultimo tassello, seppure il più grave. Ciò rivela l’esistenza di un processo di rimodellamento degli equilibri regionali che ha esiti ignoti ma un dato certo: è più facile per la Turchia fare a meno di Israele che il contrario.