A Bonn va in scena il negoziato dell’impasse
CLIMA. A due giorni dalla conclusione dei lavori per trovare un successore al protocollo di Kyoto le trattative sono in stallo. Tra le parti si fa largo l’ipotesi di rimandare a data da definire il summit di Cancun.
Frustrante. Il giudizio delle organizzazioni non governative e di buona parte dei delegati ufficiali presenti a Bonn per l’avanzamento del trattato sul clima, è unanime. A due giorni dalla conclusione dei lavori per trovare un successore al protocollo di Kyoto il negoziato è in stallo. È tranchant nelle sue impressioni Yvo De Boer, che già lunedì aveva dichiarato che «se si continuano a fare progressi con questa disarmante lentezza un accordo non sarà possibile nemmeno nei prossimi 10 anni». E ieri ha confermato l’impossibilità di raggiungere i tagli alle emissioni proposte: 13-14 per cento rispetto ai livelli del 1990, questo è il massimo che secondo De Boer si potrà raggiungere entro il 2020, insufficienti per fermare l’effetto serra.
E quando gli è stato chiesto se non sarebbe meglio rimandare il summit di Cancun fino a che gli Usa non approvino una legge sul clima ha risposto duro: «Questo potrebbe significare il 2999 e noi non ci saremo». «La dichiarazione di De Boer dimostra che non esiste attualmente una leadership politica», osserva Monica Di Sisto, dell’organizzazione equosolidale Fair membro del network Climate Justice Now!. «Il non-accordo di Copenhagen è stato uno strappo alle regole democratiche, e la stanchezza e l’inadeguatezza di questi negoziati rischiano di tarpare le ali a ogni accordo concreto e legalmente vincolante per contrastare il cambiamento climatico».
Al momento è sempre più probabile la ricerca di un nuovo accordo - ben visto dagli Usa - che dovrebbe mandare in pensione Kyoto senza dare il via a una seconda fase in cui gli obblighi contenuti diventino vincolanti. Gli impegni diventerebbero volontari a livello nazionale da parte dei paesi sviluppati, il che potrebbe significare - stando ai conti degli esperti - un misero taglio del 15,6 per cento delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2020 ma anche un aumento delle emissioni del 6,5 per cento. Per di più Stati Uniti, Giappone, Australia, Russia e Canada spingono perché anche i Paesi emergenti assumano degli impegni volontari rispetto alla mitigazione (Nationally Appropriate Mitigation Actions - Namas) e che si sottopongano ad un sistema internazionale di Monitoraggio, report e verifica (Mrv) sulle azioni finanziate a livello internazionale.
È fallito invece il tentativo del “common space”, lo spazio comune d’incontro tra i due filoni negoziali, quello del Protocollo di Kyoto (KP) e quello del Long term agreement (Lca) che fino ad oggi non si erano mai incontrati. Ne è uscita persino una spaccatura tra Cina, in compagnia di alcuni paesi del G77 che preferiscono che i due negoziati conducano a trattati i distinti (KP sul breve termine e Lca per il lungo termine) e stati insulari con il Sud America che chiedono invece che i due trattati siano integrati e coerenti tra loro, indebolendo così il fronte anti-Usa.
Scarsi progressi anche per quanto riguarda le foreste, un ambito dove a Copenhagen si era fatto qualche passo in avanti. I paesi sviluppati, continuano a difendere un “trucco” inserito nel bilancio della deforestazione aggiunto lo scorso anno nella sezione del protocollo di Kyoto nota come Land Use (Land Use Change and Forestry) che favorirebbe paesi come Canada, Svezia ed Australia. In questo meccanismo la Co2 trattenuta dalle foreste viene sottratta dagli obbiettivi di riduzione rispetto ad un anno specifico del futuro - poniamo il 2020 - invece che basandosi sulla situazione passata (come quando si calcolano i livelli di paragone sulle emissioni).
In questo modo il calcolo delle emissioni ridotte con la riforestazione è falsato. Dure critiche dalla Cina, invece, sulla finanza climatica. Circa 600 miliardi di dollari l’anno, l’1,5 per cento del Pil complessivo, questa la cifra che, secondo Pechino, i Paesi sviluppati dovrebbero destinare per finanziare le azioni contro i cambiamenti climatici, una cifra ben superiore ai 100 miliardi annunciati da Usa ed Eu a Copenhagen. Al momento però si fatica a trovare persino i fast start fund, quei 30 miliardi da destinare entro il 2012 ai paesi invia di sviluppo. Il gigante cinese, inoltre, sta spingendo la proposta di creare un Financial Board all’interno dell’Unfccc che monitori le esigenze di finanziamento effettivo, il funzionamento dei fondi, l’erogazione e l’impiego dei soldi alternativo alla Banca mondiale. Contrari Eu e Usa.
In molti temono il peggio dal nuovo testo negoziale. Qualcuno cerca di salvare la baracca: visto che forse non si avrà nulla da portare a Cancun perché non fare una riunione ministeriale? Ma come denuncia Fair a Terra il problema è: «Chi vi potrà effettivamente partecipare, visto che i soldi mancano anche per la logistica della stessa COP16? ed evitare che si trasformi nell’ennesimo incontro tra Parti “amiche”, nell’ennesimo accordo-farsa?».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







