Colombia, la terra dei fiori al ballottaggio presidenziale

Bruno Picozzi
mondo.jpg

MONDO. Secondo e decisivo turno elettorale il prossimo 20 giugno. Un sondaggio di pochi giorni fa dava 7 punti di vantaggio al verde Mockus sul conservatore Santos. Ma in Colombia non si può prevedere cosa accadrà, perché il cuore pulsante del Paese non è tra i palazzi di Bogotà ma nelle campagne, dove i turisti non arrivano e i sondaggi nemmeno. Questo Paese sembra avere comunque una grande voglia di cambiare.

Si dice Colombia, si pensa cocaina. È un’associazione d’idee inevitabile, come italiani uguale mafia». Lo diceva giorni fa una studentessa italiana, senza ironia e senza offesa, solo esprimendo qualcosa che in fondo è nella mente di tutti. Come darle torto? Nel 2008, secondo l’International Narcotics Control Board, la produzione colombiana di cocaina è stata pari a 430 tonnellate, giusto la metà dell’intera produzione mondiale. A far la differenza con le oltre 600 tonnellate prodotte nel 2007, 96mila ettari di piantagioni di coca sradicate a mano dall’esercito e 113mila ettari irrorati di diserbanti in un anno. Il braccio violento della legge.

 
Guerriglia di periferia
Giovane e simpatica barista immigrata a Napoli da Santiago de Cali, Sandra si sforza di dare un’immagine positiva del suo Paese. Parla di Botero e García Márquez, di Germán Espinosa e Shakira. Delle orchidee, delle coste, di un giardino dell’Eden abitato da un popolo gentile e accogliente, tra immense risorse minerarie, artigianato unico e scorci naturali mozzafiato. Si dice che i primi astronauti riportarono dallo spazio due immagini precise: l’estensione della muraglia cinese e la chiazza di verde che copre la Colombia. La seconda affermazione potrebbe anche essere vera. «In Colombia c’è allegria, c’è bellezza, la gente esce e si diverte». Ma allora che senso ha emigrare? «Se hai i soldi vivi bene», spiega Sandra. Sottintendendo che essere poveri, in questo angolo di America, è meno divertente che altrove. Metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, un cittadino su sette in povertà estrema e la disoccupazione è al 12 per cento. Il valore decisamente alto del coefficiente di Gini (è la misura di una disuguaglianza), pari a 58,5 secondo l’Human Development Report 2009, testimonia forti disuguaglianze e quindi una notevole concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. Carolina Renteria, direttore della pianificazione nazionale, ha lanciato di recente un team di esperti per lavorare sulla riduzione della povertà fianco a fianco con le maggiori organizzazioni internazionali. 
 
Ma in attesa di soluzioni il Paese vive in grande difficoltà e i conflitti sociali esplodono. 15817 omicidi lo scorso anno, 1775 solo a Cali. Nel 2002 se ne contarono quasi 30mila. E poi le violenze maggiori, quelle legate alla politica, all’ideologia e al controllo del territorio. C’è la guerra in Colombia o non c’è la guerra? Sarah, ragazzona alta e bionda, attivista di una Ong tedesca il cui nome contiene la parola “pace”, di guerra in Colombia non voleva nemmeno sentir parlare. Suo fratello era stato in vacanza a Medellín e poi da lì era andato dritto al mare con gli amici. Si era divertito un mondo, diceva, e di armi e bombe non aveva visto nemmeno l’ombra. «Dire che la Colombia è pericolosa rovina il turismo - sosteneva a spada tratta - La guerra è solo in una piccola parte del Paese». È nelle campagne, infatti, nelle zone più arretrate e più distanti dal controllo governativo che si affrontano le Farc marxiste con i paramilitari di destra, le Eln centriste e cattoliche con l’esercito meglio equipaggiato del subcontinente. È la classica guerra asimmetrica, peggiorata dal fatto che ognuno degli attori persegue obiettivi militari diversi. I guerriglieri combattono il potere centrale, l’esercito colpisce i cocaleros, i paramilitari se la prendono con i civili, e ognuno spara su qualsiasi cosa si muova. Un “tutti contro tutti” che vede nel mezzo i campesinos, i più poveri tra i poveri. I guerriglieri li taglieggiano in cerca di connivenza e sostegno materiale.
 
I paramilitari li terrorizzano affinché si ribellino alla guerriglia. Le bande criminali composte da ex combattenti di destra e di sinistra li minacciano perché trionfi l’omertà. I soldati arrivano persino a rapirli, ucciderli e farli passare per terroristi. “Falsos positivos” li chiamano, e ognuno di essi vale una taglia governativa. E poi ci sono uomini e mezzi made in Usa che versano dal cielo diserbanti ipertossici per distruggere le piantagioni. Letteralmente parlando, dove passano loro non cresce più l’erba. Un vero delitto in quella che, a giusta ragione, è conosciuta come la terra dei fiori. Colpiti da ogni lato, tre milioni di disperati vivono da rifugiati interni, lontani dalle loro case, ormai da lunghissimi anni.
 
Questo e altro accade ogni giorno in Colombia mentre “la gente con i soldi” va a divertirsi in città. E mentre i sondaggi scommettono sul ballottaggio del 20 giugno e su chi sarà il prossimo uomo forte del Paese. La guerra non è la priorità, dice una giovane colombiana che vive in Francia, «dobbiamo liberarci di questa immagine di Paese militarizzato». Si parla dunque di sviluppo, di istruzione, di infrastrutture, di qualità della vita. Il Paese deve scegliere il suo nuovo presidente tra il candidato che piace ma che non convince e quello che sa vincere ma non piace. L’attuale presidente, Álvaro Uribe, esce di scena dopo due mandati e dopo che la Corte costituzionale gli ha negato la possibilità di concorrere per un terzo mandato. Tanti lo accusano, non proprio sottovoce, di collusione col narcotraffico e tanti di più lo esaltano come il miglior presidente possibile. Uribe gode di una popolarità invidiata da gran parte dei governanti del mondo ed è odiato come pochi. Nei suoi otto anni di governo ha portato il Paese a essere la quarta economia del Sudamerica, con il più basso livello di tassazione del continente. Ma insieme con la ricchezza ha creato ancora più povertà. Secondo il Washington Post, giornale progressista, è lecito domandarsi «se Uribe abbia governato per i ricchi o per i poveri», per raddoppiare la ricchezza nelle città, dove vivono le élites e la classe media, o per rendere ancora più dura la vita ai campesinos, schiacciati dalla guerra “tutti contro tutti”.


Il diavolo e l’acquasanta
I candidati al ballottaggio sono diversi come il diavolo e l’acquasanta. Santos è l’erede politico di Uribe, nel cui governo è stato ministro delle Finanze e ministro della Difesa. In quest’ultimo ruolo ha guidato a muso duro lo Stato contro la guerriglia, ricavandone vittorie eclatanti. Non ultime l’uccisione in Ecuador di Raúl Reyes, numero due delle Farc, e la liberazione di Ingrid Betancourt, l’ostaggio più famoso al mondo. Perché forse in Colombia la guerra non c’è, ma bisogna comunque combatterla. Lo davano per perdente, Santos, perché è schifosamente ricco e poco incline a darsi un’immagine popolare. Poi si è imposto di larga misura al primo turno e ora si dice in giro che non ci sia più gara. Alcuni malignano che abbia speso fior di quattrini per riempire interi autobus di povera gente, offrendo gite e banchetti. Con lui, sostiene l’analista Sergio Coronado, «allo stato di guerra permanente si opporrebbe lo Stato di diritto».
 
Mockus è il politico dei sogni, quello colto e intelligente, quello che stimola gli intellettuali e sa parlare ai giovani. Quello che ha idee nuove e dirompenti, che per regolare il traffico ricorre a un esercito di mimi e che si cala i pantaloni per richiamare l’attenzione di studenti distratti. Filosofo, matematico, sindaco di Bogotà per molti anni, con le sue soluzioni teatrali ha trasformato il volto della capitale lasciando una traccia di emozione nel cuore dei cittadini. Piace ma non a tutti. Non agli anziani e ai conservatori che non possono accettare di risolvere i problemi del Paese a colpi di show. Payaso lo chiamano, “il pagliaccio”. Era il predestinato eppure ha raccolto appena un voto su cinque al primo turno. Alcuni sostengono che sia cotto, altri scommettono che ha le carte per far saltare il banco. Un sondaggio pochi giorni fa lo dava vincente il 20 giugno con 7 punti di vantaggio su Santos. Ma in Colombia non si può veramente indovinare perché il cuore pulsante del Paese non è tra i palazzi di Bogotà ma nelle campagne, dove i turisti non arrivano e i sondaggi nemmeno. 
 
Da un candidato all’altro, il Paese andrà su due strade molto diverse. «Stiamo scegliendo tra due modelli economici - sostiene Alejandro Estevez, economista a New York - tra l’avere più tasse da investire in scienza e tecnologia, in previdenza sociale e istruzione, o abbassare i costi per generare investimenti dall’estero». Sfruttare la crescita degli anni scorsi per sconfiggere la povertà o far crescere ulteriormente l’economia perché i poveri abbiano l’opportunità di cavarsela. In ogni caso, «per avere una crescita economica il Paese ha bisogno di stabilità e di sicurezza nazionale». Difatti entrambi i pretendenti hanno dichiarato che manterranno le politiche securitarie volute da Uribe, pugno duro contro la guerriglia e la criminalità urbana. Invece, secondo Ana Maria Mendoza, avvocato a Parigi, «la sicurezza nazionale non è più la nostra principale preoccupazione, le nostre priorità sono le questioni umane, l’istruzione e la democrazia». I colombiani vogliono il futuro e lo vogliono bello e profumato come le migliaia di fiori che adornano la loro terra. 
 

«Il prossimo presidente affronta il difficile compito di rafforzare i risultati conseguiti dal governo uscente - sostiene un giovane emigrato a Berlino - ma anche la sfida di soddisfare coloro che vogliono un cambiamento dopo otto anni con lo stesso governo». Il dibattito politico è nelle strade, sui forum, tra le cose della vita quotidiana. Queste presidenziali hanno risvegliato una voglia di partecipazione inedita da parte dei giovani e tantissimi che non si sono mai interessati di politica sono andati a votare, perché gli è stata data una visione, un sogno. «Non prender parte alla politica di un Paese significa lasciare il futuro nelle mani degli altri», dice con convinzione Edna, studentessa nella piccola città di Manizales. Ecco infine la vera novità. Si parla di elezioni e si ha l’impressione che, comunque vada a finire, il vincitore ultimo del ballottaggio sarà la Colombia.  

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31