Come salvare il pianeta a iniziare dal Sahara
MONDO. Il sole che irradia i deserti può tramutarsi nel business del futuro per sostituire i combustibili fossili che sporcano, inquinano e minacciano il nostro futuro. È l’idea della Fondazione Desertec. E sulla terza edizione del White paper, libro bianco edito in Germania dal Club di Roma, il programma viene presentato come «la prospettiva di una fornitura sostenibile di elettricità per l’Europa, il Medio Oriente e il Nordafrica entro il 2050». Anche l’Italia e coinvolta con l’Enel, che precisa: «Faremo gli impianti ma non all’inizio per l’Europa».
Nelle piane roventi e desolate del Sahara, là dove nessun essere umano trova conforto, l’intera Europa troverà forse la luce che illuminerà il suo futuro. «In soltanto 6 ore i deserti del nostro pianeta ricevono dal sole più energia di quanta l’umanità ne consumi in un intero anno». Parola di Gerhard Knies, fisico tedesco, presidente della Fondazione Desertec e membro del Club di Roma, lobby potentissima che raduna premi Nobel, scienziati, intellettuali e politici di fama mondiale.
Nessuno prima se n’era mai accorto ma tra le sabbie immacolate delle distese più inospitali del mondo l’energia pulita è ottima e abbondante come il rancio dei soldati al fronte, a disposizione “qualsi’ cosa” come nella celebre gag dei Trettrè. Corriamo dunque a prenderla lì dove «abballano ‘e beduine», senza indugio, immantinente, «a cavallo di un cammello / col binocolo a tracolla / col turbante e il narghilè». Non ironia ma opere di bene, perché questa è l’idea suggestiva e rivoluzionaria che promette di cambiare per sempre la direzione su cui cammina lo sviluppo dell’umanità: utilizzare le distese invivibili del Sahara e degli altri deserti del pianeta come immense centrali termosolari a concentrazione capaci di produrre tutti i kilowattora necessari alle nostre irrinunciabili attività antropiche. Tutt’altra storia che Carosone e il suo “Caravan petròl”. Che c’entra infatti la canzone di questo strano “uomo petrologico”, anzi petro-illogico, che va in giro «col pennacchio rosso e blu» scavando buche nella Napoli antica alla ricerca del petrolio americano? Licenze poetiche di un grande artista testimone di un infelice passato, grazie a Dio ormai passato, durante il quale energia, sabbie mediorientali e profitti occidentali erano legati senza rimedio. Di ottani e motori a scoppio rimarranno solo storie per spaventare i bambini quando finalmente il Nordafrica brillerà di modernissimi specchi ustori capaci di catturare il sole, così tanti da essere visibili fin dallo spazio come le montagne e i mari del pianeta blu. Che contrasto! Che magnificenza!
Il sogno proibito
Desertec, alla prima impressione, sembra davvero l’incarnazione del manifesto ecologista. Se ne legge la descrizione e viene alla mente il sogno proibito, il progetto redentore, l’avatar sceso in terra per salvarci dal peccato originale della modernità, comoda ma energivora. A leggere le motivazioni dell’operazione, sul rosso opuscolo divulgativo a iniziativa del club di Roma, ci si chiede se non si abbia a che fare con una delle grandi organizzazioni che si battono per la salvaguardia della natura, sia Greenpeace o il Wwf. Tutte le giuste ragioni delle lotte ambientaliste sono messe in primo piano senza se e senza ma. Non si prova nemmeno, come fanno in tanti sia a destra che a sinistra, a insinuare che la comunità scientifica non sia del tutto solidale sulle cause e sugli effetti del riscaldamento globale.
Né si raggira il criterio della sostenibilità dello sviluppo con argomentazioni populiste inerenti alla difesa del lavoro e degli standard di vita delle popolazioni cosiddette progredite. «L’industrializzazione mondiale negli ultimi 200 anni ha apportato a una parte dell’umanità uno standard e una speranza di vita fino ad allora ineguagliati. Il prezzo di questa evoluzione si traduce in distruzioni ambientali gravi e in cambiamenti climatici la cui ampiezza non può più essere ignorata e le cui conseguenze modificheranno in maniera catastrofica la vita sulla terra». Seguono impeccabili considerazioni sulla questione demografica, sui conflitti che un po’ ovunque esplodono per la terra e per l’acqua, sulle migrazioni bibliche che ne deriveranno. L’eccessiva impronta ecologica dell’uomo contemporaneo, che i negazionisti ritengono una falsa astrazione, viene accettata senza discussione alcuna e le cifre snocciolate non sono certo tratte dall’enciclopedia degli ottimisti. Sul banco degli imputati i combustibili fossili, petrolio, carbone, gas e derivati, che sporcano, inquinano e minacciano il nostro futuro. Invece «l’energia pulita è disponibile in grande quantità». Dove? Nel deserto, basta andarla a prendere.
Sulla terza edizione del White paper, libro bianco edito in Germania dal Club di Roma, Desertec viene presentato con «la prospettiva di una fornitura sostenibile di elettricità per l’Europa, il Medio Oriente e il Nordafrica entro il 2050». Fior di professori e ricercatori sottoscrivono sessanta pagine di dati e tabelle sullo stato attuale del pianeta e della nostra capacità tecnologica per dimostrare, carte alla mano, la fattibilità e la convenienza della costruzione di enormi impianti Csp (impianti solari termodinamici) nei deserti del pianeta. In particolare il dottor Franz Trieb, del Centro aerospaziale tedesco, e il dottor Hans Müller-Steinhagen, dell’Istituto di tecniche termodinamiche, presentano il seguente scenario: «Le centrali elettriche alimentate da derivati del petrolio spariranno largamente a partire dal 2030 e saranno seguite a ruota da quelle a fissione nucleare nel 2040. Il consumo di gas e carbone aumenterà fino al 2030 e successivamente sarà ridotto a livelli compatibili e accettabili entro il 2050». La domanda di elettricità invece aumenterà nei prossimi anni con l’immissione sul mercato di milioni di auto elettriche.
Da un punto di vista puramente industriale, appare quindi logico il criterio che ha portato un gruppo di grandi, anzi enormi imprese a consorziarsi lo scorso luglio nella Dii, Desertec industrial initiative, col fine di costruire una «rete di centrali elettriche e infrastrutture per la trasmissione di energia a lunga distanza finalizzate alla distribuzione in Europa di energia da fonti rinnovabili, in particolare energia solare prodotta nei deserti del Sahara e del Medio Oriente». Informazioni disponibili su wikipedia. Il numero di giugno della rivista delle ferrovie tedesche, Mobil, vi aggiunge la visione di impianti fotovoltaici, eolici, geotermici, a biomasse e di desalinizzazione delle acque marine, tutti spalmati in un più generale affresco ecologico. Persino l’orticoltura potrebbe coesistere facilmente con il previsto oceano di specchi ustori. Se si trattasse di reggere il mondo in crisi, Desertec avrebbe i numeri per giocare il ruolo di Atlante.
Un consorzio di grandi nomi
«Dalla fondazione della Dii le grandi imprese si aggiungono sempre più numerose», si legge sulla rivista della Deutsche Bahn. Allo stato attuale, secondo il Sole 24 Ore, «fanno parte del consorzio grossi nomi come Siemens, Deutsche Bank, Rwe, Abb, Abengoa Solar, Cevital, Hsh Nordbank, Man Solar Millennium, Munich Re, M+W Zander, Rwe e Schott solar». Al momento sarebbero già 17 megaimprese da otto Paesi, Germania in testa. Per l’Italia c’è la Enel Green Power, la controllata Enel dedicata alle energie rinnovabili. Tuttavia, avverte Mobil, «non è ancora chiaro quando si comincerà con la costruzione del primo impianto». Come per dire che si fa un gran parlare ma la cosa è ancora fondamentalmente nella fase di progettazione e di studio delle possibilità tecniche. E non è detto che si vada molto oltre.
«Qualora venisse ben realizzata, l’iniziativa Desertec si piazzerebbe facilmente tra i grandi successi infrastrutturali dell’umanità», afferma Klaus-Erik Stromsta, editorialista del giornale specializzato Recharge. Lo dice però con ironia, in un articolo dal titolo: «Desertec has a good script, but is nowhere near reality», che a tradurlo dà qualcosa come “Sembra una buona idea ma è un po’ campata in aria”. Simile l’opinione del dr. Ahmad Salaymeh, direttore del Centro energie rinnovabili dell’Università di Giordania, con cui si chiacchierava davanti al maxischermo di un biergarten a Monaco di Baviera. «Desertec è una specie di sogno, una filosofia», diceva Salaymeh tra un’azione e l’altra della partita di esordio dei mondiali sudafricani, sottolineando che ci potrebbero volere decenni prima di passare alla fase operativa e nel frattempo potrebbe succedere di tutto. Poco significa che il prossimo 28 giugno il professore voli in Tunisia per partecipare a un incontro informativo sul tema. Incontri che si stanno moltiplicando in tutta l’area mediterranea, così come gli articoli sulla stampa entusiasta e le presentazioni in rete.
Ad Amburgo, nella sede della Fondazione, un gruppo internazionale di giornalisti ed editori specializzati in politiche ambientali ha ricevuto un briefing di circa un’ora dal portavoce e direttore del marketing Michael Straub, secondo il quale «fino al 2012 si lavorerà maggiormente per creare un ambiente legislativo favorevole» nei Paesi coinvolti. Bisogna aprire le menti, modificare le norme, permettere gli investimenti. E i profitti. Klaus Töpfer, ministro tedesco dell’Ambiente nel governo di Helmut Kohl e per lungo tempo direttore esecutivo del Programma ambientale delle Nazioni Unite, pone l’interesse economico al centro della questione. «È una sfida politica fare che si siedano allo stesso tavolo imprese e culture diverse, cristiane e islamiche, partner europei e africani. Deve essere detto con chiarezza: i Paesi nei quali il sole viene raccolto devono anche trarne profitto. Un progetto di questa grandezza può essere realizzato soltanto se ci sono vantaggi riconoscibili da entrambe le parti».
Rincara la dose Klaus-Erik Stromsta, secondo cui «Desertec è un obiettivo assolutamente valido ma ha di fronte un campo minato di sfide finanziarie, politiche e tecnologiche». Portato avanti nel modo giusto potrebbe «legare il Nord e il Sud in uno stato di simbiosi finanziaria ed ecologica». E se invece fosse portato avanti nel modo sbagliato? Alcuni analisti sono felicemente sorpresi nel vedere la forza con la quale molti interlocutori, in special modo dall’altro lato del Mediterraneo, hanno cominciato a lavorare seriamente sull’iniziativa. Altri sono spaventati proprio da questo forte impegno nato in maniera inattesa, perché il Nordafrica pullula di regimi corrotti e autoritari e un progetto talmente grande muove una montagna di quattrini. Buona governance e stabilità democratica sono due criteri fondamentali in assenza dei quali nessuna infrastruttura viene realizzata a beneficio della gente. Inoltre, osserva Stromsta: «Molti osservatori sono scettici sul fatto che le popolazioni locali ne potranno ricavare un qualsiasi vantaggio. Pochi Nordafricani hanno tratto beneficio dalla ricchezza petrolifera dei loro Paesi».
Francesco Starace, direttore di Enel Green Power, nell’aderire alla Dii si è piazzato dal lato giusto del dibattito. Almeno a parole: «Noi crediamo in Desertec, ma con una filosofia di base diversa da quella che è stata raccontata finora. Faremo gli impianti nel deserto, ma non per l’Europa. Non solo e non subito. Il primo passo è farli per i Paesi che li ospitano. Vanno innanzitutto soddisfatti i bisogni locali.» L’Europa, dice Starace, è la seconda fase. Bene così, ma da cosa esattamente prende le distanze il dirigente italiano? Cosa è stato raccontato finora che non gli piace? L’intervista apparsa su Mobil all’ex ministro Klaus Töpfer presentava un sottotitolo nel quale la questione era risolta senza mezzi termini: “Desertec vuole approvvigionare l’Europa di energia solare prodotta in Africa”. E due settimane fa un breve articolo sulla rivista Die Messe titolava in maniera ancora più esplicita: “Fare soldi con il sole”. Qualcuno ancora crede che si parli d’altro? Un mondo con nove miliardi di persone nel 2050 non potrà reggersi sui combustibili fossili e dovrà trovare per tempo nuove fonti di energia. Il sole e il vento sono in pole position tra gli affari del secolo e le grandi multinazionali, fabbriche di denaro, si stanno gettando a testa bassa nella competizione globale.
All’Intersolar Europa 2010, dal 9 all’11 giugno scorsi nella fiera di Monaco, tra gli espositori di pannelli solari e componenti tecnologici facevano bella mostra di sé la multinazionale dell’acqua Veolia, il colosso bancario Unicredit e la francese Areva, mammasantissima del nucleare civile. Di recente Areva ha comprato il rimanente 49 per cento della tedesca Multibrid, che produce turbine eoliche offshore, prevedendo di diventare un leader globale delle rinnovabili entro il 2015 con un miliardo di euro di fatturato annuo. Meglio ancora di Cosa nostra che da anni gratta affari sull’eolico in Sicilia e, qualcuno se n’è accorto, anche in Sardegna. Le rinnovabili significano sviluppo e protezione dell’ambiente ma soprattutto tanti, tanti soldi. E «‘ncopp’ê sorde ‘a gente nun guarda ‘nfaccia a nisciuno», diceva crudamente Pino Daniele. Ad esempio, riporta il giornale specializzato Recharge, di recente il Parlamento europeo ha deciso di escludere l’industria delle tecnologie rinnovabili dal bando sull’uso del cadmio.
Il minerale, quindi, benché estremamente tossico e in lista nella direttiva sulla “Restrizione delle sostanze pericolose”, potrà essere impiegato liberamente per creare fiumi di microfilm destinati alla produzione industriale di pannelli solari sempre più performanti. Una decisione approvata per pochissimi voti. Secondo l’europarlamentare britannico Chris Davis, «un giusto equilibrio tra il business-as-usual (se è per fare soldi, fai il cavolo che ti pare) e le preoccupazioni sulla salute pubblica». Forse, aggiungiamo noi, un piccolo passo apparentemente indolore verso quell’ambiente legislativo favorevole tanto auspicato dal portavoce di Desertec, Michael Straub. Il quale, simpatico e cordiale, durante un’intera ora di briefing alla sede della Fondazione, tra decine di tabelle e tonnellate di dati, mai si è permesso di sfiorare la parola “money”, mai una sola volta ha parlato di soldi. Nemmeno per errore. Come se non ci fossero in ballo la bellezza di 400 miliardi di euro di contratti industriali finanziati dalla Banca mondiale e garantiti da una ventina di governi. Una cifra titanica pari a 50 ponti sullo stretto di Messina, 10 lotte globali alla povertà, 4 crisi greche.
«I soldi fanno girare il mondo», cantava Liza Minnelli, e solo con una montagna di soldi si potrà realizzare Desertec. Dal Club di Roma avvertono, sottovoce, che solo per avviare il progetto serve «la disponibilità di 10 miliardi di euro al fine di mettere in campo uno sforzo come fu quello del Programma Apollo», che mandò l’uomo nello spazio. «L’umanità è riuscita a raggiungere la Luna. Ora ha tutto ciò che serve per dominare la crisi del clima, dell’energia e dell’acqua sulla Terra. Let’s do it!», concludono sul “libro bianco” del Club. Facciamolo! Mobilitiamo le multinazionali, che quelle dove c’è denaro son sempre sull’attenti, andiamo a prendere l’energia solare a basso costo tra le sabbie del Nordafrica e trasferiamola in Europa con la nostra modernissima capacità industriale. Proprio a nessuno sembra di sentire Carosone mentre canta la sua parodia del legame indissolubile tra energia, sabbie mediorientali e profitti occidentali?
Una rete in fondo al mare
Il francese Jean-Louis Borloo, al Cairo il 25 maggio scorso per il raduno dei ministri dell’Energia dei 43 Stati dell’Unione per il Mediterraneo, organizzazione fortemente voluta da Sarkozy nel 2008, ha presentato ufficialmente il progetto Transgreen per la creazione di un consorzio di imprese che sviluppi una rete ad alta tensione distesa in fondo al mare, tra l’Africa e l’Europa. Il tutto nel quadro del Plan Solaire Méditerranéen che prevede una capacità addizionale di 20 GW di energia solare entro il 2020, obiettivo maggiore dell’Upm a beneficio principalmente del nostro continente. Tra gli obiettivi dichiarati del Plan Solaire Méditerranéen c’è «lo sviluppo di interconnessioni elettriche tra Paesi della regione euromediterranea e l’istituzione di un sistema efficace di incentivi per l’esportazione di energia elettrica rinnovabile dal Sud e dall’Est del Mediterraneo verso l’Europa». A volte, chissà perché, ci si dimentica anche solo di citare tra gli obiettivi il “riconoscibile vantaggio” dei Paesi emergenti incaricati di sostenere la produzione. «Una delle prime reazioni più comuni in Africa - racconta Oliver Steinmetz, cofondatore di Desertec - è la risposta: “Non solo questi del Nord si sono presi i nostri minerali e i nostri combustibili fossili, ora si vogliono prendere anche il nostro sole”».
Tranquilli ragazzi, il sole non si può rubare. Ma tutti i benefici che ne derivano, quelli sì. Yes, we can! I grandi gruppi investono massicciamente e lasciano solo le briciole alle piccole imprese locali. Gli interessi si sovrappongono agli obiettivi, la ricchezza non si distribuisce ma si concentra. Le grandi trasformazioni ambientali, magari al cadmio, restano invece ai territori che ospitano la produzione, con grande pericolo per le popolazioni locali. Allo stesso tempo nei Paesi ricchi, secondo Klaus-Erik Stromsta, «è pericoloso incoraggiare l’ingenuo credo che un megaprogetto utopico possa risolvere il problema del cambio climatico nel tempo necessario». Le industrie inquinanti gioiscono perché la soluzione è stata trovata, il deus ex machina è sceso dal cielo e ognuno può dunque continuare a fare quel business-as-usual che gli pare. Tanto poi ci penserà Desertec.
Risuonano profonde le parole di Klaus Töpfer: «Parliamo di un mondo dove regni la pace. Per fare ciò devono essere eliminate le differenze di sviluppo. Il mondo sarà più pacifico quando sarà più giusto». Ma la giustizia è un concetto relativo e la strada per l’inferno, si diceva una volta, è lastricata di buone intenzioni. «Di fronte alla crisi energetica - avverte Stromsta - attenzione a tutti coloro che promettono soluzioni miracolose che cadono dal cielo e fioriscono nel deserto. Non ci sono risposte facili!». Primo, nessun deus ex machina salverà l’umanità dai disastri dell’era industriale. Secondo, nessuno si illuda: anche il salvataggio del pianeta, in realtà, non è altro che una questione di business.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







