Economia con la G
SUMMIT Accordi sugli obiettivi ma non sulla strada da percorrere per raggiungerli. Il doppio vertice canadese si chiude con molte divisioni
Tutti d’accordo sugli obiettivi, nessuna intesa sulla strada per raggiungerli. Alla fine del doppio vertice in Canada i Grandi del pianeta hanno sottolineato che «la ripresa prende piede», che l’economia mondiale è arrivata a un «crocevia», che la «speranza e l’ottimismo» che iniziano a vedersi devono essere sfruttati per costruire società «più eque, partecipate e sostenibili in tutto il mondo». Nei fatti però nessuno di loro ha voluto fare marcia indietro rispetto alle posizioni assunte nei confronti di uno dei temi centrali del summit quello della tassazione degli attivi bancari. Come ampiamente previsto, la proposta sostenuta da Berlino, Londra e Parigi si è scontrata con la resistenza di Brasile, India, Australia e Canada, Paesi in cui gli istituti di credito non hanno richiesto alcun tipo di intervento pubblico per sanare i danni prodotti da una tendenza incontrollata all’assunzione di rischi da parte di manager senza scrupoli. Il risultato è che ognuno procederà per conto proprio, decidendo se applicare o meno tasse ai profitti delle banche.
I 20 Grandi, comunque, non hanno rinunciato completamente a seguire un approccio unitario per uscire dalla crisi e far ripartire il sistema economico. Anche per questo il cancelliere tedesco Angela Merkel ha cercato ieri di attutire la portata del suo dissidio con il presidente Usa sulle formule da adottare, sottolineando che «la discussione non è stata controversa ma basata sulla comprensione reciproca». Atteggiamento condiviso anche dal premier britannico David Cameron, altro leader ad aver scelto la via dei tagli e della riduzione del deficit invece che la politica espansiva suggerita dal presidente Obama. «Il vero rischio per l’economia è non occuparsi di ridurre il deficit», ha spiegato il capo dell'esecutivo, smentendo l’ipotesi di forti contrasti con l’altra sponda dell’Atlantico. «Dobbiamo agire di concerto aveva dichiarato Obama all'inizio del G8 - per una semplice ragione: questa crisi ha dimostrato e gli eventi lo confermano, che le nostre economie nazionali sono inestricabilmente intrecciate insieme. Una turbolenza economica da una parte può velocemente contagiare un altro posto. Salvaguardare ciascuna delle nostre nazioni significa aiutare a proteggere tutte le nazioni».
Un appello che solo in parte ha trovato ascolto. È accaduto ad esempio sulla questione del livello di capitolizzazione del sistema bancario globale, da tutti ritenuto eccessivamente basso. Al prossimo vertice di Seul i Grandi arriveranno dunque con un visione condivisa sul capitale bancario e sui livelli che ne determinano l'adeguatezza. Altro risultato degno di nota, anche se indiretto, è stato la fissazione della parità dello yuan nei confronti del dollaro al livello più alto da cinque anni. Ieri infatti la banca centrale cinese ha portato il cambio a 6,7896 yuan contro il dollaro, rispetto ai 6,8100 della vigilia del vertice. Una mossa con cui Pechino ha voluto eliminare dal tavolo negoziale uno dei temi più spinosi, quello dei cambi, su cui Stati Uniti ed Europa erano pronti a fare pressioni.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






