Il gigante prova a stare con due piedi in una scarpa
CINA Dopo il braccio di ferro con Pechino degli ultimi mesi, Google tenta un passo indietro per riallacciare i rapporti e non perdere la licenza che permette di operare in uno dei mercati più redditizi al mondo
Business is business, si devono esser detti nei piani alti di Mountain View e, così, dopo tanto rumore e dichiarazioni roboanti Google ci ripensa e prepara il dietro front in Cina. Ad aprile scorso il motore di ricerca stanco dei continui attacchi di hacker provenienti dal Paese asiatico si era detto pronto ad abbandonare la Cina per non sottostare alle rigide regole del governo di Pechino e aveva aggirato la censura reindirizzando i suoi utenti sui server di Hong Kong. Il ruolo di paladini dei diritti civili, però, stava un po’ stretto a Page e Brin, che ora per vedersi rinnovata la licenza per operare sul territorio cinese in scadenza oggi, provano a scendere a patti. Se il governo di Pechino dovesse opporsi, addio per Big G al più grande mercato del mondo. Rinunciare a oltre quattrocento milioni di utenti è quasi impossibile e così Google cerca delle soluzioni. La querelle iniziò alcuni mesi fa quando il gigante di Mountain View stanco di attacchi hacker provenienti dalla Cina per accedere alle caselle di posta di migliaia di militanti in lotta per i diritti civili, decise di cambiar rotta. Basta censure, disse, e da allora ogni utente che digitava google.cn veniva reindirizzato verso i server di Hong Kong e da qui poteva accedere a una versione del motore di ricerca senza i filtri predisposti dalla censura di Pechino.
Per fare un semplice esempio, tutti gli utenti avevo libero accesso a buona parte delle informazioni riferite al Tibet e al Dalai Lama, un passo storico. Decisione, ovviamente non gradita al Governo cinese che minacciò di prendere provvedimenti e il gigante di Mountain View si disse pronto ad abbandonare il grande Paese asiatico. E quel giorno sembra arrivato. Oggi, infatti, scade la licenza Icp di Google, quella riservata agli Internet content provider, per operare in territorio cinese. Se non verrà rinnovata milioni di utenti si ritroveranno con una pagina nera e Big G rimarrà fuori dal più grande business di tutti i tempi a vantaggio di Baidu, il motore di ricerca in salsa orientale e il nemico di sempre, Yahoo. A Mountain View dopo le roboanti dichiarazioni dello scorso aprile devono essersi fatti due conti e hanno preparato un passo indietro, seppur leggero. Onde evitare possibili stop, la società di Page e Brin, ha bloccato il reindirizzamento automatico ai suoi server di Hong Kong. Da ieri tutti i cinesi che digitano Google.cn accedono al sito normale con tutti i filtri previsti dalla censura ma, se vorranno, avranno la possibilità di scegliere un link, in basso a destra, che li reindirizzerà alla versione non censurata che fa capo a Hong Kong. In parole povere il gigante prova a tenere due piedi in una scarpa e lasciare ogni possibile decisione all’utente. Da un lato cerca di accontentare Pechino, dall’altra di proseguire sulla sua rotta.
David Drummond, capo del dipartimento legale di Mountain View, sul blog della società, ha dichiarato che « da una serie di conversazioni con funzionari cinesi appare chiaro che essi non ritengono accettabile il metodo usato finora e che se continueremo a reindirizzare gli utenti la nostra licenza Internet Content Provider non sarà rinnovata». Il gigante ha gettato la spugna? Finora dal governo non è arrivata nessuna comunicazione, oggi è prevista la decisione ultima. Da Pechino fanno solo sapere che tutte le aziende che voglio operare nel proprio territorio lo devono fare nel rispetto della legge. Google, al momento, ha fatto la sua mossa non resta che attendere. Il business è business si saranno detti nei piani alti del Googleplex, con buona pace per la libertà d’espressione.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






