India-Pakistan, un arbitrato per la centrale di Kishanganga
ASIA. Andando incontro alle richieste di Islamabad, Nuova Delhi ha nominato i giudici destinati a rappresentarla davanti alla corte. La controversia sull’impianto idroelettrico sul fiume Jhelum sarà risolta da una verdetto.
La questione della centrale idroelettrica di Kishanganga finirà davanti a una corte di arbitrato. Andando incontro alla richiesta formale avanzata dal Pakistan all’inizio di maggio, l’India ha provveduto ieri a nominare i due giudici destinati a rappresentarla davanti al “tribunale”, chiamato a pronunciarsi sul controverso progetto che da anni vede contrapposti Nuova Delhi e Islamabad, nei panni, rispettivamente, di sostenitrice e avversaria. L’aspetto positivo della notizia è che almeno una delle numerose controversie che agitano il confine tra le due potenze nucleari asiatiche sembra così destinata a trovare una soluzione. L’aspetto negativo è che, viste le premesse e l’importanza del dissidio, i giudici potrebbero impiegare parecchio tempo prima di arrivare a un “verdetto” univoco sul “caso”.
I nomi scelti dall’India sono quelli di Peter Tomka, diplomatico slovacco vicepresidente della Corte internazionale di giustizia, e di Lucius Caflisch, professore presso il Graduate institute of international studies di Ginevra. Già da alcune settimane il Pakistan ha invece nominato Bruno Simma, sempre della Corte internazionale di giustizia, e Jan Paulsson, norvegese esperto di diritto internazionale. Per quanto tutt’altro che nuovi alle questioni collegate all’applicazione delle norme pattizie e consuetudinarie che regolano i rapporti tra gli Stati, gli specialisti, una volta deciso se accettare l’investitura, avranno certamente il loro da fare per cercare di risolvere la complessa controversia.
Il progetto della centrale indiana di Kishanganga prevede infatti la diversione delle acque dell’omonimo fiume, tributario del Jhelum nella regione del Jammu e Kashmir, verso un altro immissario, chiamato Bunar Madumati Nullah, attraverso un tunnel lungo 22 chilometri. In questo modo Nuova Delhi vorrebbe fornire acqua a un impianto idroelettrico che, una volta ultimato (la data prevista per la fine dei lavori è il 2016), dovrebbe essere in grado di generare 33 megawatt di corrente elettrica.
Un’opera che, dal primo momento in cui si è iniziato a parlarne, ha incontrato la ferma opposizione di Islamabad, preoccupata della riduzione della portata idrica che questo causerebbe indirettamente al Jhelum, una delle principali fonti d’acqua del Paese. L’Indus waters treaty, firmato tra le due potenze nel 1960, attribuisce all’India la sovranità esclusiva dei fiumi orientali della regione (Ravi, Sutlej e Beas), stabilendo però la possibilità per il Pakistan di utilizzare le acque di quelli occidentali (Indo, Chenab e appunto Jhelum).
Islamabad ritiene quindi che il progetto di Nuova Delhi sia in contrasto con il trattato, mentre l’India sostiene che i suoi interventi non riguarderebbero direttamente il Jhelum, qualificandosi dunque come perfettamente leciti. La querelle si trascina ormai da diversi anni, e nessun diplomatico indiano o pakistano è riuscito a venirne a capo. Resta da vedere se il diritto internazionale riuscirà là dove la diplomazia ha fallito.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






