Israele contro l’inchiesta
GIUSTIZIA. Per i legali delle Ong israeliane non è più possibile indagare dopo l’espulsione di massa degli attivisti. Inoltre il governo sta studiando una legge che impedisce alle Ong di collaborare a indagini internazionali.
Per fortuna l’inchiesta si farà lo stesso, nonostante la decisione del nostro paese di schierarsi con chi non vuole piena luce su questo massacro in acque internazionali», ha commentato ieri il presidente dei Verdi Angelo Bonelli dopo il voto italiano contro la commissione d’inchiesta internazionale chiesta dal Consiglio dei Diritti Umani Onu sul blitz israeliano contro la Freedom Flotilla. Ieri il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti ha giustificato la posizione italiana sostenendo che «Israele è un paese democratico in grado di condurre inchieste credibili e indipendenti senza che ve ne siano di internazionali».
«Non è possible compiere un’inchiesta credibile e indipendente in Israele» ha smentito seccamente ieri da Haifa l’avvocato Gaby Rubin, contattata da Terra. «Durante questi giorni nessun avvocato, nessun dottore al di fuori di quelli approvati dalle forze di sicurezza israeliane hanno avuto modo di incontrare gli attivisti della Freedom Flotilla detenuti in Israele, tranne l’esercito e la polizia stessi, che del blitz sono stati i protagonisti. Per questo non si può pensare che sia Israele stessa a condurre un’indagine esaustiva. In questi giorni la nostra Ong, che avrebbe fatto assistenza legale come parte terza, non ha avuto accesso che una volta ai prigionieri. Ce ne hanno fatti incontrare soltanto 240 nel giro di due ore. Non abbiamo potuto fotografare le tracce di contusione, non abbiamo potuto raccogliere testimonianze, non abbiamo neanche potuto sapere il numero totale dei detenuti. Adesso sono tutti fuori dal paese. La nostra sola speranza è che in Turchia, dove stanno confluendo i passeggeri, vi sia – come credo stia già accadendo – un’iniziativa efficace in questo senso e che una equipe medica, a fianco di una legale, documenti uno per uno tutti i casi di violenze subite da parte dei passeggeri della Freedom Flotilla. E che tutto questo materiale venga poi utilizzato in una inchiesta internazionale. A noi non restano che cinque cittadini israeliani coinvolti nella vicenda. Al momento, quattro di quelli che si trovavano a bordo della Mavi Marmara (la quinta, Hanan Zou’abi, è membro della Knesset e quindi protetta dall’immunità parlamentare), sono agli arresti domiciliari. Il procuratore ha emesso un mandato di cattura contro di loro, senza specificare per quale crimine. L’ennesima violazione. Rischiano accuse molto pesanti. Raccoglieremo da loro quanto possibile, per consegnarlo a qualsiasi commissione d’inchiesta internazionale venga nominata».
Un’impresa non priva di rischi. Perchè nel paese che il nostro Governo ritiene capace di una inchiesta interna imparziale e trasparente, è al momento in discussione un progetto di legge molto pericoloso. Secondo la bozza, qualsiasi Ong israeliana comunichi con l’estero contribuendo alla documentazione di una inchiesta internazionale per Crimini di Guerra (ma lo spettro delle accuse potrebbe allargarsi in sede di approvazione), verrà incriminata e sciolta. La legge è una reazione dell’esecutivo Netaniahu alla Commissione Goldstone, redatta dall’Onu in seguito all’operazione Piombo Fuso contro Gaza. Una pessima notizia per la società civile israeliana.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






