Kirghizistan, è emergenza umanitaria nel Sud del Paese
ASIA. Mentre proseguono gli scontri, decine di migliaia di profughi uzbeki hanno attraversato la frontiera per sfuggire alle violenze. L’Uzbekistan chiede aiuto alla comunità internazionale e annuncia la chiusura del confine.
I numeri sono quelli di una guerra civile: centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati. E anche se ancora non sono chiari i motivi che hanno scatenato gli scontri e le dinamiche delle violenze esplose nel Paese, la situazione che si va delineando in Kirghizistan è quella di una crisi umanitaria di vaste proporzioni.
Nel Sud della repubblica ex sovietica i combattimenti tra gruppi di kirghisi e di uzbeki (che rappresentano complessivamente il 13 per cento dei 5,5 milioni di abitanti) sono arrivati ormai al quinto giorno. Secondo le autorità di Bishkek la situazione nella città di Osh, dove le violenze sono scoppiate all’alba di venerdì, sarebbe ora relativamente calma, ma nuovi scontri sarebbero in atto a Jalalabad, con edifici e negozi dati alle fiamme e numerosi esponenti della comunità uzbeka intrappolati nelle proprie case per timore di essere attaccati o catturati dai gruppi di kirghisi armati che girano per la città. Le stime ufficiali parlano di oltre 120 morti complessivi; alcune fonti uzbeke sostengono però che le vittime sarebbero 700 solo nell’etnia di minoranza.
Per sfuggire ai combattimenti negli ultimi giorni decine di migliaia di uzbeki hanno attraversato il confine tra Kirghizistan e Uzbekistan, trovando rifugio in campi di fortuna. Secondo Izzat Ibragimov, vicedirettore del servizio di emergenza di Tashkent, il loro numero sarebbe approssimativamente di 60mila, cui dovrebbero però aggiungersi alcune migliaia di bambini. Tra loro sono in molti a sostenere che quello messo in atto dai gruppi armati kirghisi sia un vero massacro, spalleggiato anche dalle forze regolari di Bishkek. L’Afp ha raccolto la testimonianza di Bakhtior Charipov, membro di un’unità di blindati, che ha raccontato di aver disertato dopo aver visto i propri compagni aprire il fuoco sui civili della comunità uzbeka. «Quel che ho visto non era un comportamento da esercito, ma la fucilazione di civili della diaspora uzbeka in cooperazione con gruppi di banditi», ha raccontato il militare.
Allo scopo di bloccare il flusso di rifugiati, le autorità di Tashkent hanno annunciato l’intenzione di chiudere la frontiera tra i due Paesi, sostenendo che l’Uzbekistan non è in grado di accogliere altri sfollati. Migliaia di profughi, molti dei quali feriti, sarebbero così bloccati nella zona di Nariman, nei pressi del confine. Il vicepremier uzbeko Abdullah Aripov ha rivolto all’esterno un appello per l’invio immediato di aiuti umanitari per far fronte all’emergenza.
La comunità internazionale ha intanto cominciato a muoversi. L’alto commissariato Onu per i rifugiati ha fatto sapere che invierà soccorsi sufficienti per almeno 75mila persone, mentre il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon ha dichiarato che l’Osce e l’Unione europea e l’Onu hanno pronta una strategia comune di intervento.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







