L’autodafè mediorientale
ISRAELE. Parole pesanti in Parlamento, politici minacciati di morte e intanto Hamas rifiuta gli aiuti. Tel Aviv non si è ancora ripresa dai postumi della Flottiglia. Ma il blocco non è messo in discussione.
«Trentotto anni e ancora zitella? Forse la Striscia di Gaza è il posto che fa per te». È questa l’ultima stoccata da bar venuta fuori dal Parlamento israeliano, che da giorni sta vivendo ore di autentico tumulto. Che i parlamenti siano luogo di scontro fisico, pianismo, insulti e bassezze di ogni genere non è una novità, dall’Ungheria all’Italia. Ma quello che avviene fra gli scranni della Knesset, in questi giorni,secondo il portavoce della Knesset, Reuven Rivlin, sarebbe ormai un abisso “intollerabile“. La “zitella” in questione, messa con le spalle al muro e insultata da giorni, è la parlamentare Hanin Zoubi, colpevole di aver dissentito rispetto alla politica del Governo Netaniahu, aver ritenuto il blocco che impedisce a carne, libri scolastici, cemento, medicine, e persino spezie da cucina come il coriandolo di entrare nella Striscia di Gaza una violazione dei diritti umani.
E di avere di conseguenza deciso che, come araba ma anche cittadina israeliana, fosse suo dovere testimoniare solidarietà ai palestinesi e salire a bordo della Freedom Flotilla che dieci giorni fa l’esercito di Tel Aviv ha assaltato in acque internazionali mentre cercava di forzare il blocco. Altri due parlamentari arabo-israeliani, pur non essendo saliti sulle navi, oltre agli insulti hanno ricevuto delle minacce. Uno dei due, Ahmed Tibi, è stato ammonito che gli restano soltanto «centottanta giorni di vita, prima di una lenta e crudele morte». Quella che Israele sta passando sembra una crisi democratica dai contorni disperati, che ricorda i dibattiti dell’82, quando ai tempi di Sabra e Shatila il governo finì col crollare a colpi di proteste di piazza. Peccato che stavolta le piazze di Tel Aviv siano praticamente vuote, e il dibattito fermo alla Knesset.
Intanto gli aiuti della flottiglia, dopo il sequestro, Gaza non l’hanno comunque raggiunta. Israele aveva promesso di consegnarli, per dimostrare che anche il blocco può avere un vloto umano. Hamas ha sabotato le intenzioni di Tel Aviv, rifiutando gli aiuti. Un atto di disobbedienza civile, che però gioca ben a favore della retorica dell’esecutivo israeliano, alle prese con una battaglia mediatica senza precedenti per dimostrare che la flottiglia rappresentava una minaccia per la sicurezza, che le truppe di Tsahal sono state assaltate, che i turchi uccisi erano pericolosi terroristi, e che i fini della Freedom non erano l’aiuto ai palestinesi ma la propaganda politica e il supporto morale a Hamas. Se Israele sprofonda in un un dibattito sempre più degradante ma, infondo, anche sempre più sterile visto che di levare il blocco non se ne parla, la questione dei convogli invece è soltanto rimandata.
Viva Palestina, per esempio, ha già annunciato di volerci riprovare. Il leader dell’iniziativa, il parlamentare George Galloway, i cui stretti collaboratori erano proprio nella nave turca che fra tutte quelle della flottiglia ha vissuto i momenti più difficili, ha annunciato un nuovo convoglio per il prossimo 12 settembre. L’ultimo convoglio via terra, partito a dicembre, era stato bloccato dall’Egitto che ne aveva anche assaltato e deportato I componenti. Il Cairo aveva poi annunciato che nessun convoglio di aiuti per Gaza sarebbe mai più stato permesso su territorio egiziano. L’ultimo sforzo via mare di Viva Palestina, in collaborazione coi turchi dell’IHH, è stato assaltato da Israele dieci giorni fa; a questo punto, il prossimo obiettivo sarà doppio: un convoglio per mare, di fronte alla marina israeliana, e un convoglio via terra, in territorio egiziano.
A settembre, dunque, o la va o la spacca. Sempre che davvero l’Iran non mandi due delle sue navi sotto il naso di Tel Aviv scatenando la guerra, o premier il turco Erdogan non forzi il blocco da solo con un mazzo di coriandolo, come ha promesso. E sempre che da qui a settembre il blocco, ormai criticato da tutti tranne che Stati uniti, Italia ed Egitto, non finisca una volta per tutte, permettendo ai palestinesi di tornare ad assaporare il gusto della loro cucina, speziata di coriandolo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







