La passione per gli immobili

Mario Guarino
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DELL’UTRI Il senatore Pdl è stato condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Cancellate le accuse a tutto ciò che accadde dopo il 1992. Ma un libro svela nuove trame

Anche negli anni ’90 e 2000, per Dell’Utri risultano intensi contatti con personaggi mafiosi, multi- cariche nel Gruppo Fininvest, attività imprenditoriale in proprio, l’ingresso in politica (nel ’96, al Senato), affari miliardari. Attività caratterizzate da una pioggia di denaro, che lo rende molto diverso dalla descrizione già fornita da Berlusconi in Tribunale: «[...] persona di forte moralità, di forti sentimenti religiosi, che cura gli interessi dello Stato e che non ha il senso dell’attaccamento al denaro». A smentire il ritratto, il denaro chiesto e ottenuto in prestito dalla Fininvest (illegalmente, in base alla legge), e i mutui bancari e assicurativi sottoscritti rispettivamente con la Cassa di Risparmio delle province lombarde e con Mediolanum assicurazioni (società in compartecipazione tra Ennio Doris e lo stesso Cavaliere). Non basta. Il denaro fa capolino anche in un interrogatorio del 13 gennaio 1995.
 
Ai magistrati, Dell’Utri afferma di aver ricevuto, a titolo gratuito, soldi dal Cavaliere (in veste di mecenate). Nuotando, si vede, in una girandola di «sterco del demonio», Dell’Utri non ricorda neppure troppo bene gli incassi da favola per “grazia ricevuta”: [...] Ho avuto donazioni a titolo personale da parte del dr. Silvio Berlusconi: prima nel 1989 ne ho avuta una e dopo il 1989 devo averne avute due, la cui epoca e importo posso ricostruire. L’ordine di grandezza è all’incirca di 700 milioni il primo, 900 milioni il secondo e circa 1,5 miliardi il terzo. La mia retribuzione da Publitalia nel 1989 era di 300 milioni ed è via cresciuta fino a giungere a circa 800 milioni, ovviamente al lordo».
 
Niente male. Peccato che per seguire il tutto (farà anche l’editore di periodici, tra cui Il Domenicale) Dell’Utri finisca per trascurare l’occupazione per la quale viene profumatamente pagato dai contribuenti e che, quando lascerà, gli darà diritto a una già maturata, sontuosa pensione di senatore della Repubblica. Nel quadro di un’inchiesta, pubblicata sul settimanale L’espresso il 25 marzo 1999, il titolo di un box è esplicito: Super assenteista il braccio destro di Berlusconi: «[...] Pochi deputati sono sfaticati come lui [...]. é Marcello Dell’Utri […] alla Camera dal ’96 [...]. Da quando è entrato a Montecitorio, il popolo lo ha rappresentato ben poco. Raramente circola in Transatlantico e sinora, stando ai conteggi degli uffici della Camera, ha disertato quasi il 70% delle votazioni a scrutinio elettronico: il 68,23%. L’unica volta che ha parlato in aula è stata in occasione del voto di fiducia al governo D’Alema, nell’autunno dell’anno scorso [...]. Non si può dire che sia un legislatore prolifico. Finora ha presentato soltanto una proposta di legge: prevede nuove norme per il settore lattiero-caseario».
 
Non meglio, quanto a presenze, si registra nelle successive legislature. Anche nella XVI le assenze dall’aula sono preponderanti. Del resto – come attestano i documenti catastali pubblicati nell’Appendice a fine capitolo – il senatore ha una passione segreta: la compravendita di immobili. Negli ultimi dieci anni ha effettuato a suo nome numerosissime operazioni immobiliari: spaziano dalla Lombardia alla Sicilia. Tra l’altro, deve ottemperare ai doveri di imputato nel processo d’Appello alla pesante condanna a 9 anni di carcere inflittagli in primo grado. In corso (quando il libro è stato stampato, la sentenza naturalmente non era stata emesse, ndr) a Palermo, il processo – a cui i media, con qualche eccezione, hanno messo la sordina – sta riportando alla ribalta storie e omicidi, comprese le stragi del ’92 (Falcone, Borsellino e le loro scorte) per le quali sono stati condannati i fratelli Graviano.
 
Nello scenario sono inclusi i rapporti tra ambienti mafiosi, personaggi delle istituzioni e «colletti bianchi». Tra i fatti importanti, dimenticati o rimossi dai media perché ritenuti politicamente sconvenienti, le dichiarazioni – a proposito del magma delle connessioni politica-mafia – di Salvatore Cancemi, costituitosi il 22 luglio 1993 presso la caserma Carini dei carabinieri di Palermo. Cancemi non è un “picciotto”: è membro della Commissione provinciale di Palermo, nonché reggente del mandamento di Porta Nuova, un tempo comandato dal boss detenuto Giuseppe Calò. In altre parole, uno dei vertici di Cosa Nostra siciliana. Al proposito, scrive Luca Tescaroli, Pubblico ministero ai processi per la strage di Capaci (Falcone e la scorta): «[...] Proprio in quel luglio rovente del 1993, per la prima volta nella storia della più pericolosa associazione mafiosa italiana, denominata Cosa Nostra, Cancemi manifestava un timido proposito di collaborare con la giustizia [...]. Il primo novembre di quel 1993 confessava il proprio coinvolgimento e indicava agli inquirenti numerosi altri correi della strage di Capaci [...]. Le sue dichiarazioni [...] contribuivano in maniera determinante all’emissione delle prime ordinanze di custodia cautelare in carcere dei killer di Capaci [...]. Ritenuto credibile dai magistrati, dopo opportune verifiche, in collaborazione con Giorgio Bongiovanni, il boss scrive un libro dal titolo Riina mi fece i nomi di..., che si sappia non recensito da nessuno. Il collaboratore di giustizia rivela circostanze di prima mano dell’ambiente e dei personaggi della Cupola mafiosa, notizie in seguito rivelatesi preziose per gli inquirenti.
 
Di lui, scrive Antonino Di Matteo, pm per la strage di via D’Amelio (Borsellino e la scorta): «[...] Un collaboratore di giustizia che, sulla sua pelle, ha vissuto l’esperienza “tipica” del pentito di mafia: il ripudio dei famigliari, l’odio degli uomini d’onore, il riconoscimento della genuinità e dell’importanza del contributo alla ricostruzione dell’organigramma militare mafioso, le polemiche, le accuse di mendacio, di calunnia [...]. Nel volume, Cancemi rievoca l’episodio in cui Totò Riina pronuncia i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, e gli comunica la decisione di voler essere lui a trattare – e non più Mangano – con i due.     

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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