La resa di Berlusconi

Aldo Garzia
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INTERCETTAZIONI. «Cambiamola, emendiamola, rivediamola, ma approviamola: è nell’interesse di tutti, altro che casta». Sul ddl più discusso il Cavaliere viene a patti con la realtà. Facendo i conti con i finiani.

«Cambiamola, emendiamola, rivediamola, ma approviamola: è nell’interesse di tutti, altro che casta». Questo tono di Berlusconi sarebbe stato impensabile fino a qualche giorno fa, quando il premier aveva impugnato il diktat: o intercettazioni subito o elezioni. Qualche volta anche lui deve venire a patti con la realtà. Ma non è detto che nei prossimi giorni torni a scalciare. Il disegno di legge sulle intercettazioni approvato con il voto di fiducia dal Senato non convince costituzionalmente il Quirinale, non piace a giornalisti ed editori, incontra lo «scetticismo dell’opinione pubblica (lo ha capito quella vecchia volpe di Bossi, che in quanto a intuito politico non è secondo a nessuno) e trova poco convinti i finiani che non vedono l’urgenza di un tour de force estivo per approvarlo alla Camera.

 

Dove tra l’altro Gianfranco Fini, che di Montecitorio è presidente, ha già fatto sapere che a termini di regolamento darà priorità al confronto sulla manovra economica, che essendo un decreto ha limiti di tempo (60 giorni) per essere convertito in legge pena la reiterazione. Il disegno di legge sulle intercettazioni può quindi aspettare, mentre la discussione è appena iniziata nella Commissione giustizia dove presidente è Giulia Bongiorno, finiana di stretta osservanza. Devono essere state queste considerazioni a indurre Berlusconi a inviare un “pacato” messaggio ai Promotori della Libertà capeggiati da Michela Brambilla, ministro del Turismo: «Dobbiamo impedire che questa legge subisca la triste sorte che di solito tocca alle leggi che non piacciano alla sinistra e ai suoi Pm politicizzati».
 
A Berlusconi non è restato altro che ricordare che le norme anti-intercettazioni sono state approvate dal Senato a oltre un anno dalla loro presentazione con ritocchi rispetto al testo già votato una volta dalla Camera. Da qui la sua preoccupazione che «il voto definitivo di Montecitorio, a causa di una serie di veti, possa essere rimandato alle calende greche». Mentre lui - pensate un po’ che magnanimo - aveva concepito quel provvedimento per porre fine al «sopruso sistematico degli ascolti che ha più volte colpito cittadini innocenti e neppure indagati». Non può perciò mancare, a chiusura di messaggio, l’appello al popolo della Brambilla perché difenda «il sacrosanto diritto alla privacy» e spieghi agli italiani che «siamo tutti spiati». Il presidente del Consiglio mette però le mani avanti: «Non è vero che si vuole tutelare una presunta casta, come affermano, sapendo di mentire, la sinistra, la lobby dei Pm politicizzati e la lobby dei giornalisti di sinistra».
 
In chiusura, c’è il lamentoso Berlusconi dell’ultimo periodo che prima promette scintille e repubbliche presidenziali a colpi di maggioranza e poi ammette con il capo chino: «Purtroppo quella di governare e fare le leggi è un’impresa che nel nostro Paese sta diventando ogni giorno più difficile e lo sarà fintanto che non saremo riusciti ad approvare le riforme istituzionali necessarie per ammodernare l’architettura costituzionale dello Stato, così da dare al nostro premier gli stessi poteri degli altri leader europei». A incuriosire i cronisti ci pensa infine un riferimento a Bossi, chiamato in causa da Berlusconi per l’obiettivo delle riforme istituzionali: «Sono riforme previste dal nostro programma, sottoscritte dal voto degli elettori e sono tutte pienamente condivise dalla Lega di Bossi, che è stato e continuerà a essere un alleato leale e sicuro».
 
Il problema però è che il leader del Carroccio sembra deciso in questi giorni a muoversi in autonomia da Berlusconi. Dopo aver condiviso in un incontro con Fini le preoccupazioni sul contenuto del testo del disegno di legge sulle intercettazioni, Bossi si è anche incontrato da solo con Tremonti, ministro dell’Economia che ha l’ultima parola sui tagli. E alla fine il Senatùr ha pure criticato il governo: «È un bel problema la manovra, non per il federalismo che non viene toccato. Ma perché le Regioni si sentono nude, sentono di avere troppo poco. Bisognerà trovare la via di aiutare le più virtuose». Berlusconi - trapela dalle indiscrezioni dei suoi cortigiani - è terrorizzato dall’idea che, dopo Fini, pure Bossi gli si metta di traverso. 

 

 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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