Le analisi confermano

Vincenzo Mulè
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NAVI DEI VELENI. Lungo il torrente Oliva, nei pressi della spiaggia dove nel 1991 si arenò la Jolly Rosso, i carotaggi individuano fanghi industriali e idrocarburi. Magnetometro impazzito per i livelli di inquinamento.

Un mese di lavoro per avere la conferma di quanto già si sospettava. E si temeva. «Si sospettava: si può usare tranquillamente l’imperfetto, perché dubbi non ce ne sono più riguardo alla presenza di sostanze tossiche sotto il fiume Oliva. Ci sono almeno quattro siti interessati». La conferma arriva direttamente da Bruno Giordano, procuratore capo di Paola (Cosenza). L’area ricadente tra i comuni di Amantea, Serra d’Aiello e Aiello Calabro, lungo l’alveo del fiume, negli anni Novanta è stata utilizzata come discarica per rifiuti tossici e nocivi. Secondo Gianfranco Posa, portavoce del Comitato civico Natale De Grazia, «alla fine dei lavori, quasi certamente, emergerà che nella vallata dell’Oliva è stata realizzata una delle più grandi discariche abusive d’Europa». Centinaia di metri cubi di terreno contaminato.  
 
Buche estese quanto un campo di calcio e profonde probabilmente oltre 10 metri, riempite con fanghi industriali ed idrocarburi. Indiscrezioni hanno riferito della presenza di residui di altiforni, sicuramente non presenti in Calabria. Adesso attraverso il posizionamento di piezometri lungo il corso del fiume, si sta cercando di capire se anche la falde acquifere sono state contaminate. «Sono tanti e troppo estesi gli appezzamenti di terreno utilizzati nell’Oliva come discarica abusiva. Per realizzare un lavoro di tale portata - continua Posa - non si può pensare al solo coinvolgimento di imprese “criminali”, certamente vi è stata la connivenza - se non vera e propria complicità - di chi doveva controllare e non lo ha fatto».
 
Le dichiarazioni di Giordano non potevano certo passare inosservate, tanto da spingere la Cgil di Amantea a chiamare la popolazione locale alla mobilitazione generale per chiedere la bonifica: «Sappiamo bene dei risvolti negativi della vicenda su agricoltura e turismo - ha affermato Massimiliano Ianni - ma la salute è più importante. Solo “alzando la voce” possiamo tutelare l’elementare diritto alla salute. Basta nascondere la verità. Basta dire che l’inquinamento è di derivazione naturale. Basta dire che è tutto sotto controllo. Senza essere esperti, e senza presunzione alcuna - conclude il sindacalista - possiamo affermare che probabilmente oggi trova una sua spiegazione l’alta incidenza tumorale nella zona».
 
Lo scorso maggio, la procura di Paola aveva consegnato all’allora assessore all’ambiente Silvio Greco uno studio epidemiologico riferito all’area del fiume Oliva, nel quale si evidenziavano allarmanti problemi sanitari dovuti alla presenza di sostanze tossiche nocive. L’area faceva registrare una radioattività più alta del normale, da tre a sei volte, con un incremento di leucemie e tumori. Intanto, il movimento ambientalista che organizzò lo scorso ottobre la manifestazione ad Amantea chiedendo «verità e giustizia sui casi delle navi dei veleni» ha chiesto ieri la «dichiarazione immediata dello stato di emergenza che vieti subito la pesca nel mare antistante il fiume Oliva ed in tutte quelle aree che possano essere contaminate dal flusso delle acque del fiume».
 
Il movimento chiede anche di «riaprire l’inchiesta sulla Jolly Rosso, la motonave spiaggiata ad Amantea il 14 dicembre del 1990, archiviata per ben due volte dalla procura di Paola». Del fiume Oliva e dei rifiuti che lo avrebbero avvelenato si cominciò a parlare proprio quando si ricostruì la vicenda della Jolly Rosso, la nave di proprietà della Ignazio Messina spa, che si spiaggiò il 14 dicembre 1990 in località Formiciche, nel comune di Amantea, in provincia di Cosenza. Il cargo arrivò sulla spiaggia e rimase abbandonata a se stessa per ben sei mesi, fino al giungo del 1991. Molte testimonianze dell’epoca raccontano di movimenti sospetti e strane manovre attorno alla nave. Traffici che portavano direttamente al fiume.
 
«Man mano che si scava l’odore di idrocarburi e di metallo diventa insopportabile - ha aggiunto Giordano -. E pensare che qui doveva nascere un parco naturale». Alle quattro aree già individuate, con le ricerche se ne sono aggiunte altre due contrade, Carbonara e Giani, «dove c’è un ammasso notevolissimo di rifiuti tossici, interrati e poi coperti con terreno naturale». Un inquinamento tale che durante le rilevazioni a Giani il magnetometro è impazzito. Le trivellazioni andranno avanti per tutto il mese di giugno. L’attesa è rivolta adesso ai risultati delle analisi condotte dall’Arpacal. Lo smaltimento illegale nella zona dei fanghi industriali compete agli enti locali. Difficoltà accentuate dall’assenza, in Italia, di strutture in grado di attuare lo smaltimento.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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