Le divisioni del doppio G
VERTICE. Al via ieri in Canada il duplice incontro dei Grandi del pianeta. Le prime pagine dell’agenda negoziale sono occupate dal dibattito sul risanamento dell’economia. Forti le contrapposizioni tra i partecipanti.
L'antipasto è stato una lunga chiacchierata sul programma di lotta alla povertà lanciato dalle Nazioni unite con gli Obiettivi di sviluppo del millennio, al quale mancano ancora 18 miliardi per raggiungere la cifra di 50 fissata nel 2005 a Gleenagles, in Scozia. Il lungo week-end della doppia G è iniziato ieri in Canada con gli otto grandi della Terra (Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Canada) riuniti intorno a un tavolo per i primi convenevoli di rito: strette di mano, pacche sulle spalle, sorrisi di circostanza e qualche frase per ricordare l’importanza di aiutare i Paesi più arretrati ad uscire dalla situazione di povertà cronica in cui vivono, tanto per salvare almeno le apparenze e dare una ripulita alle proprie non esattamente limpide coscienze.
Per oggi in serata, invece, si attendono una serie di portate ben più sostanziose, che verranno servite a Toronto, dove gli Otto saranno affiancati dai loro dodici partner per andare a formare il G a due cifre. Il menu prevede incontri sull’exit strategy dalla misure anticrisi varate dai governi, sul rafforzamento del capitale delle banche e della liquidità per garantire il credito, sulla regolamentazione dei mercati finanziari e dei prodotti derivati, sull’armonizzazione delle regole contabili e sulla lotta i paradisi fiscali e al protezionismo.
Il vero piatto forte del G20, però, sarà quello che del sistema per transitare l’economia mondiale fuori dalla crisi. Le impostazioni fondamentali a tal riguardo sono due. Da una parte c’è chi guarda con favore alla cosiddetta Tobin tax, che prevede di tassare per un importo minimo (compreso tra lo 0,01 e lo 0,05) tutte le transazioni finanziarie che vengono eseguite sul pianeta. Un piccolo prelievo quasi indolore che seguirebbe la logica applicata in un formicaio, in cui ciascuno membro della comunità rinuncia nell’immediato a una minima parte del cibo che gli spetterebbe per formare delle scorte utili all’intera collettività. In questo modo, assicurano i sostenitori, si potrebbero recuperare complessivamente 400 miliardi di dollari l’anno, che potrebbero essere utilizzati per risanare il sistema economico mondiale nel suo complesso.
Il secondo approccio punta invece alla tassazione delle banche; non solo dei loro bilanci, ma anche del loro livello di indebitamento. Si tratta di una linea che riposa su un ragionamento all’apparenza inoppugnabile: visto che gli istituti di credito sono i principali responsabili del disastro economico, devono essere soprattutto loro a pagare. Una riflessione che non tiene però conto del fatto che oggi la grande maggioranza delle banche vive grazie a continui trasferimenti di denaro da parte dei governi, cosicché l’introduzione di una simile tassazione porterebbe a quello che gli addetti ai lavori chiamano un “gioco a somma zero”, in cui da una parte si introduce e dall’altra si sottrae.
Nelle intenzioni di Berlino, Londra e Parigi una tassa sulle banche vuole essere il risultato più importante che l’Europa potrebbe portare a casa da Toronto. Le ultime decisioni in materia della cancelliera tedesca Angela Merkel, del presidente francese Nicolas Sarkozy, e del neo premier britannico David Cameron (al suo primo G8-G20) devono essere interpretate proprio in quest’ottica: i tre leader hanno annunciato insieme l’intenzione di voler introdurre una simile tassa nei loro Paesi. Canada, Brasile, Argentina, India e Australia restano però scettici, essendo state toccate solo marginalmente dalla crisi del settore bancario.
Divergenze profonde sulle ricette per riavviare l’economia esistono anche tra Washington e Bruxelles. Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Unione europea di rinviare il ritiro delle misure di stimolo varate dai governi. Per la Casa Bianca infatti il rilancio dell’economia resta prioritario rispetto al risanamento dei bilanci. Spaventati dal crack greco e dalle difficoltà della Spagna, i leader del Vecchio continente ribattono però che il debito pubblico è ormai insostenibile e che senza manovre di rientro esiste il pericolo concreto di un riaffossamento del sistema. Un rischio che i Paesi dell’Ue non sembrano affatto disposti a correre.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.








Commenti
l'esistenza dei Paradisi Fiscali
offende l'intelligenza dei Leaders Mondiali.
Ci si divide tra Rigore o Crescita perdendo di vista il Nucleo del problema: l'economia mondiale vive una seconda crisi legata alla saturazione dei debiti sovrani, generata dallo stesso fenomeno che ha scatenato la prima, ovvero l'enorme volume dei prodotti derivati.
Per semplificare si potrebbe dire che il ricettatore sta ai ladri come i paradisi fiscali stanno ai derivati, quindi l'unica azione da concordare al G20 dovrebbe colpire il fine ultimo di tutto questo popò di titoli farlocchi: l'accumulo di ingenti capitali assolutamente sterili, quasi fossero l'unica protezione privata all'imminente collasso del sistema (non dimentichiamo che i titoli si vendono in cambio di denaro).
Dichiarare fuorilegge i paradisi fiscali a partire dal 2011 stimolerebbe lo smaltimento veloce dei Caveau di mezzo mondo a favore di investimenti nell'economia reale, parallelamente bisognerebbe procedere al controllo ed alla riduzione di codesti prodotti finanziari derivati, in particolare la famiglia più pericolosa, cda cdo cds.
La speranza di una svolta circa il reale potere dei governi sulle banche si concentra in questo tranquillo week-end di paura.