Negoziati sul clima, a Bonn è stallo totale sui due tavoli
Prosegue all’Hotel Maritime di Bonn la lenta agonia dei negoziati preparatori per il Cop16, il summit sul clima che si terrà a Cancun, in Messico, nel mese di dicembre. Calma piatta in entrambe le camere negoziali: quella del protocollo di Kyoto (Kp), alla ricerca disperata di trovare un accordo a breve termine, e quella su Agw-Lca, alla ricerca di un accordo legale per il taglio alle emissioni sul lungo termine (2050-2080). Perdura l’impossibilità a stabilire nell’Lca se impiegare impegni volontari rispetto alla mitigazione (Nationally appropriate mitigation actions-Namas), il sistema internazionale di monitoraggio, report e verifica (Mrv), sulle azioni finanziate a livello internazionale o se agevolare quelle volontarie di riduzione delle emissioni ed eventualmente come fondere il Copenhagen accord nel Lca. Nessuno vuole concedere nulla: da un lato i Paesi sviluppati vogliono azioni verificabili e misurabili da parte di quelli meno ricchi, dall’altro i G77 con la Cina vogliono che i ricchi si prendano la propria responsabilità storica delle emissioni.
Nel gruppo Kp, dopo molte discussioni «si è praticamente, deciso di non decidere nulla ma di prendersi una pausa di riflessione e rimandare tutto ad un apposito seminario da tenere in agosto», spiega Vincenzo Ferrara dell’Enea dalla cittadina renana. Insomma, non sembra che ci sia volontá di assumere impegni.
Sfuggono dunque gli obiettivi che l’agenzia Onu per il clima (Unfccc) si era preposta. Niente rinnovo della fiducia nel processo negoziale. Nessun progresso nei Redd (riduzione della deforestazione). Assenza completa di impegni da parte dei delegati delle grandi potenze. Persino la finanza climatica ad oggi non registra veri progressi, anzi, pare che la situazione si sia del tutto polarizzata.
Intanto fuori dal Maritime Hotel continuano le manifestazioni di protesta. Anche queste voci del dissenso sono poco convinte. Ci sono sempre i vegani di Supreme Master Ching Hai, un’icona del meeting di Copenhagen, assieme al premio “Fossile del giorno” sponsorizzato dal Climate action network. A vincere il titolo ieri è stata l’Arabia Saudita, con il goffo tentativo di equiparare la tecnologia Ccs (Carbon capture and storage), che dovrebbe ridurre le emissioni degli impianti a carbone, con il Redd che invece grazie alla salvaguardia delle foreste farebbe aumentare la CO2 assorbita riducendo, quindi, le emissioni globali. Una parificazione che avrebbe consentito di utilizzare i finanziamenti per il Redd anche per pagare il Ccs.
La delegazione saudita, non ancora soddisfatta, durante la discussione su come ovviare alla necessità di trasferimento del know how e delle strategie di capacity building ai Paesi poveri più vulnerabili per ridurre le emissioni di gas serra, ha avuto un’altra trovata “geniale”. «Supporto allo sviluppo? Cercatelo sul noto motore di ricerca Google», avrebbe dichiarato ingenuamente il delegato saudita.
Nonostante gli innumerevoli incontri e il frenetico via vai di delegati all’aeroporto locale, il negoziato è morto. Anche se si muove. Tra oggi, giorno di chiusura dei lavori a Bonn, dove non si prevedono grandi sorprese, e l’inizio del Cop16 il 30 novembre, sono programmati altri due incontri intermedi. Anche se l’Unfccc ritiene che il meeting di Cancun possa ancora portare ad un accordo che renda legali una serie di meccanismi per far progredire l’azione contro i cambiamenti climatici: trasferimento tecnologico, deforestazione, finanza specifica, monitoraggio delle riduzioni volontarie e dei piani specifici (per le città, carbon offsetting, Cdm).
In questo modo sarebbe come somministrare una flebo al processo negoziale per tenerlo in vita fino ad un nuovo consenso sui tetti alle emissioni e sul flusso di finanziamenti che potrebbe invece avvenire in Sudafrica nel 2011 o in Qatar nel 2012. Ma si tratterebbe più di soluzioni di “sopravvivenza assistita” che non di un processo decisionale globale.







