Obama va alla Guerra del Golfo. Contro il petrolio

Emanuele Bompan
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INQUINAMENTO. Ieri il discorso del presidente Usa dallo studio ovale ha ridefinito la gravità dell’incidente a “catastrofe nazionale”. La Casa Bianca recupera la sua vocazione ambientalista e parla di rinnovabili.

«Combatteremo la fuoriuscita di petrolio con qualsiasi mezzo, fino a quando sarà necessario. Faremo pagare Bp per il danno causato. E faremo ogni cosa in nostro potere per aiutare le coste del Golfo e i suoi abitanti ad uscire da questa tragedia». 
 
L’annuncio di martedì’ sera del presidente Obama alla nazione è solenne. Seduto dietro alla scrivania nota come the Resolute nello studio ovale, cornice di annunci importanti come quello di George Bush dell’11 settembre o di Kennedy per l’operazione della baia dei Porci, Obama ha elevato lo status della crisi nel Golfo a emergenza nazionale. Il suo è stato un discorso politico complesso, con un triplice obiettivo. 
 
Intanto riconquistare la fiducia di quel 52% di americani che ritengono che la Casa Bianca non abbia agito tempestivamente. 
 
In secondo luogo tenere i riflettori dell’accusa ben puntati su Bp, ma, soprattutto, annunciare la necessità della transizione verso un mondo indipendente dal petrolio. «Non possiamo dare ai nostri figli un futuro così. La tragedia che ha luogo sulle nostre coste ci ricorda, in maniera dolorosa e potente, che il tempo di abbracciare un futuro fondato sulle energie pulite è adesso». 
 
Obama torna finalmente a vestire i panni del presidente ambientalista, paladino della green economy. «Questa non è una visione impossibile per l’America. Ognuno di noi ha un ruolo da giocare per costruire questo nuovo futuro. Possiamo rilanciare l’economia e far crescere l’occupazione. Ma solo se acceleriamo questa transizione, e se agiamo insieme come una nazione».
 
L’appello è rivolto in particolare al Congresso Usa e alla necessità di far passare al Senato la legge su clima ed energia nota come American Clean Energy and Security Act (Acesa). 
 
La nuova versione del testo, redatta dai senatori Kerry e Liebermann, giace da settimane al Senato in attesa di essere discussa. Per Obama è finito però il tempo delle scuse. «L’approccio che non accetto è quello dell’inazione». Alea iacta est. Dopo la War on terror di Bush, il petrolio torna a giocare un ruolo centrale nella carriera di un presidente americano, solo che questa volta, non è l’obiettivo, ma il nemico. 
 
Da affrontare sia nel mercato energetico, che come nemico in una “guerra del Golfo” tutta ambientale. «Sono convinto che riusciremo con il tempo a ripulire le nostre coste», ha continuato il Presidente proponendo un piano di recupero ambientale ed economico di lungo termine. «Non importa quanto tempo impiegheremo», ha detto dimenticando per un momento il pantano afghano. Ma il piano, sovrainteso dal segretario della marina ed ex-governatore del Mississippi Ray Mabus, in cooperazione con le comunità locali, le tribù di nativi, i pescatori, gli ambientalisti e i cittadini, funzionerà.
 
Non sono mancate le critiche. I Repubblicani hanno accusato Obama di sfruttare l’emergenza per promuovere nuove tasse sui combustibili fossili, mentre per alcuni democratici avrebbe fatto meglio a discutere della crisi economica che si delinea nell’area costiera del golfo del Messico. Per gli ambientalisti è importante che non abbia menzionato il nucleare ma ora lo attendono al varco affinché faccia pressione sul Congresso. A rendere più drammatico l’annuncio a reti (e web) unificate arrivano anche le nuove stime della fuoriuscita. I barili di petrolio vomitati dal pozzo sottomarino ogni giorno sarebbero più di 60mila, conferma l’autorevolissimo Ministro dell’Energia Steven Chu, l’equivalente di una Exxon-Valdez ogni 4 giorni. Il che significa che se BP sta recuperando solo 15mila barili al giorno, gli altri 45mila si riversano ogni giorno nelle acque del golfo del Messico.
 
Incontro bollente invece ieri tra i vertici Bp e il Presidente Obama. L’amministratore delegato Tony Hayward, e il presidente Carl-Henric Svanberg sono stati duramente strigliati da Obama, che ha ribadito l’obbligo di pagare tutti i danni causati volontariamente oppure scegliere di essere costretti d’imperio dalla Casa bianca a creare un fondo di compensazione autonomo da 20 miliardi di dollari.  Non è noto come reagirà il mercato azionario all’annuncio, però martedì Fitch ha abbassato il rating delle azioni Bp da AA- a BBB, il secondo declassamento in poche settimane, indice che le cose cominciano ad andare seriamente male per la corporation petrolifera. 
 
A salire invece è l’astio americano nei confronti degli antichi nemici atlantici. Un florilegio di commenti anti britannici, oltre che anti-British Petroil, hanno invaso molti blog e siti d’informazione. «La colpa è di Bp. E la B non mi sembra che stia per American», scrive Trent su un blog del Washington Post. «Deve pagare anche il governo britannico e gli azionisti» commenta Juno su un blog privato.  Nemmeno la richiesta a Kevin Costner, la star di Balla coi lupi, da parte di Bp di mettere in campo 32 macchinari speciali realizzati dalla sua compagnia, la Ocean Therapy Solution, ha placato le ire. Si legge in un commento anonimo: «Se stanno chiedendo aiuto a Kevin Costner sono proprio in un mare di….».   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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