Quei cinesi di Pomigliano
IN FONDO. I giorni passano e Pomigliano, invece di sbrogliarsi, si annoda. Ma la “narrazione” della partita Fiat in Campania non è cambiata molto. Anzi “le” narrazioni: uguali e opposte.
I giorni passano e Pomigliano, invece di sbrogliarsi, si annoda. Ma la “narrazione” della partita Fiat in Campania non è cambiata molto. Anzi “le” narrazioni: uguali e opposte. A sinistra Marchionne è un padrone autoritario, anticostituzionale, e i fiommini partigiani. A destra (e al centro) le parti sono invertite e vince la retorica del “terrone fannullone” (e un po’ mariuolo). Chissà a quanti stanno strette queste categorie. Chissà quanti, di quelli che la situazione la conoscono, convengono che non restituiscono in alcun modo la complessità del contesto.
Ora la maggioranza dei lavoratori, seppur sotto un pesante ricatto occupazionale, ha accettato le condizioni dell’accordo proposto dalla Fiat. Quello che comporterebbe lo sappiamo tutti ormai. È uno scandalo? È davvero un accordo vergognoso? Sì e no. O meglio, e se non fosse l’accordo la parte più vergognosa della vicenda Fiat? Basta fare un passo indietro dal “calore” della trattativa per tornare a vedere pochi, inquietanti, “dettagli”. Il primo è che un operaio in Italia, lo sviluppato membro degli otto paesi più sviluppati del mondo, la “ricca” Italia, beh insomma qui da noi, un operaio alla catena di montaggio guadagna poco più di 1200 euro al mese. Che come stipendio fa schifo se fai il giornalista, o l’impiegato comunale, o l’insegnante.
Ma che se sei alla catena di montaggio e ti cronometrano i secondi per fare la pipì è un affronto, una vergogna indecente. In quel numero c’è il riassunto di 30 anni di sconfitte. Del sindacato, della Sinistra, del lavoro. Ma anche del sistema Italia in generale e della sua capacità di creare e distribuire valore. In quel numero indecente, 1200 euro al mese, ci sono i contorni di un viso decrepito e amaro, il riflesso del nostro Paese rimandato dall’impietoso specchio delle cifre.
I nostri operai sono ormai competitivi rispetto a quelli polacchi, senz’altro rispetto a quelli sudcoreani. A quando la competizione con i cinesi? La globalizzazione che doveva esportare la nostra ricchezza ha importato, esattamente come preconizzato, isole di sottosviluppo da noi. Milleduecento euro: quanti fallimenti in quel numero. Non è andata così agli operai tedeschi (chissà se Sinistra e sindacato si interrogheranno).
Così non funziona. Oggi la lotta tra poveri è con Tichy, Polonia. Domani col Guangdong? Anche per questo, soprattutto per questo, domani scendiamo tutti in piazza con la Cgil per lo sciopero generale contro la finanziaria. La nostra è una cantilena: non c’è futuro in questa finanziaria. Non c’è un idea nuova, nè scienza, nè arte, nè tecnologia, nè ambiente. Ci meritiamo di meglio. Ci vediamo in piazza, domani.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






