Quelle parole che si amano

Francesca Franco
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ARTE. Immagini mobili come l’ondeggiare di un mare calmo, volatili come un suono mai udito o repentine quanto un colpo di vento. Immagini capaci di contenere affetti invisibili e invisibili idee, che l’uomo ha imparato a trasformare in linee e tradurre in lettere, a ricomporre in parole e ad articolare in periodi sempre più lunghi da diventare libri, affinché di loro rimanesse una traccia finalmente stabile e intessere con mille sconosciuti “altri” un dialogo dagli esiti incerti.

Da queste immagini evanescenti e indefinite muove l’installazione realizzata da Giovanna Bianco (Latronico, 1962) e Pino Valente (Napoli, 1967) alla galleria VM21artecontemporanea di Roma, avvolgendo le pareti interne dell’ultima sala con una rete sottile di segni pazienti tracciati a matita sull’intonaco. A tutta prima simile a un wall drawing di Sol LeWitt, quell’intreccio irregolare è in verità fatto di parole e frasi, racconti e considerazioni, che s’intrecciano e s’incrociano tanto da sembrare interagire tra loro.
 
Sono citazioni tratte da circa 60 libri di autori diversi e di diverso genere (soprattutto narrativa e saggistica), che hanno in vario modo segnato il cammino di amici e conoscenti con i quali Bianco-Valente sono in contatto, nonché il proprio. Con loro e con gli autori dei libri gli artisti intessono un dialogo attento e silenzioso, fatto di eventuali comuni ricordi, ma soprattutto fatto di memorie vaghe o di immaginazione, dal momento che la lettura è difficile e frammentaria ed è praticamente impossibile ricostruire compiutamente il significato o il contenuto di quei brani, che si trasforma così in un ideale brusio polifonico di parole note in cerca di rapporto e di un senso nuovo.
 
Interessati, sin dal video R.E.M. del 1995, a indagare l’antitesi tra movimento fisico e movimento mentale, le dinamiche misteriose della mente e tutta quella somma di connessioni sinaptiche e movimenti neuronali che costituisce il nostro particolare software, in quest’opera i due artisti approfondiscono ulteriormente la loro ricerca, aprendosi al mistero di un pensiero invisibile quanto il bianco di quelle pareti intonacate che silenziosamente tiene insieme e connette i segni neri delle parole e le loro relazioni.
 
Nel tentativo di ricomporre in immagine la complessità dell’identità umana, i due artisti napoletani hanno sondato tanto le profondità della fisica subatomica quanto l’influsso di remoti movimenti cosmici, sulla scorta degli studi condotti da Gregory Bateson e Mark Buchanan - volti a coniugare insieme antropologia, psichiatria, genetica, “fisica sociale” ed evoluzione biologica, approdando infine in questo lavoro “relazionale” a un mondo di affetti, immagini e speranze che si muove dietro e prima l’elettrochimica delle attività corticali e oltre la consapevolezza della ragione.
 
Un pensiero specificamente umano, che emerge alla nascita dalla biologia del corpo, come teorizza e spiega lo psichiatra Massimo Fagioli, rilevando la modernità di un Giordano Bruno che - ancora estraneo al dualismo cartesiano - parlava già nel 1584, in De la Causa, Principio et Uno, di un principio spirituale inerente la materia, che non solo è “animata” ma “vivente” (L’ombra di Bruno, in left, n. 40, 2007). Questo mondo notturno di affetti, immagini e speranze trova poi compiutamente espressione nel video Complementare, in cui Bianco-Valente, coppia nella vita come nell’arte, rappresenta l’intima vitalità del loro reciproco dialogo, tracciando l’uno sulla mano dell’altra le linee della vita con un pennarello blu, a sancire l’intensità del rapporto esistente tra le loro diverse sensibilità e prospettive differenti.
 
Linee che a ben guardare sono simili sia a quelle traiettorie della memoria e dell’immaginazione che sulle pareti della sala attigua intessono un più ampio colloquio, sia ad asterismi e costellazioni della volta celeste che l’uomo, per sua stessa inconsapevole natura, trattiene nelle pieghe di una mano stretta attorno a una matita o a una penna, intenta a tracciare infinite piccole linee frutto di una fantasia del tutto originale, dal momento che - la fisica ci insegna - in natura non esistono. 
 

Il respiro delle stelle può stare, dunque, nella larghezza di un palmo di mano? Sì, se il pensiero che la guida mantiene un rapporto non solo di bellezza ma di realtà con ciò che lo circonda, smascherando ideologie bugiarde che non portano a niente se non a inesistenti questioni di razza e appartenenza (di sangue, religione, clan, nazionalità), che tutt’oggi sotto forma diversa e a diversi livelli, a volte molto sotterranei, affliggono tutt’ora la società e la cultura, anche quella “alta”. E’ su questo spinoso terreno della ricerca di un’identità umana da riconquistare al di fuori di impossibili, astratte uguaglianze e al di là di falsi e falsamente “ineludibili” stereotipi, che si muove la sudafricana Berni Searle (Cape Town, 1964) presente in questi giorni nella collettiva White Box alla The Walther Collection di Ulm. L’artista è salita alla notorietà con una serie di lavori (video, installazioni, fotografie), in cui usa il proprio corpo nudo ricoperto di spezie colorate e odorose o di henné per mettere sul tavolo della discussione comune questioni di identità e di genere, ma senza rinunciare mai a coinvolgere direttamente i sensi dello spettatore, in particolare attraverso l’olfatto, suggestioni tattili, il suono e la vista.
 
Una scelta di poetica che corrisponde a un’esigenza precisa: proporre una forma di pensiero “diversa” da quella immateriale, concettuale e “polita”, in cui si è espressa la cultura coloniale di stampo maschile. Usando il proprio corpo di donna africana di colore come una tela da pittore, Searle lo trasforma in corpo “politico”, come testimoniano le installazioni fotografiche della serie Discolored (1999-2000), dove alterna sulla superficie limitata di un palmo di mano macchie di colore chiaro e scuro per rievocare la violenza e i pregiudizi associati alle sfumature della pelle, per evocare traumi e bruciature che hanno segnato la propria vita come quella di tanti, troppi. Una vita che potrebbe essere invece diversa, se ognuno di noi ne potesse mostrare con dignità le linee infinitamente variabili, infinitamente diverse che può racchiudere in una mano che può scegliere e pensare senza paura.  
 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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