Se la Corte boccia la Sogin
NUCLEARE. I giudici contabili esprimono un’articolata serie di osservazioni all’attività di smantellamento dell’attuale parco atomico italiano, di fatto appena iniziato. Ipotizzando finanche un’evasione dell’Iva.
Alla fine di maggio sul tavolo dei presidenti di Camera e Senato è arrivata la relazione sulla Sogin realizzata dalla Sezione del controllo sugli enti pubblici della Corte dei Conti. Lo studio analizza l’attività e la gestione finanziaria della società. Un documento molto interessante perché consente di capire come procede lo smantellamento del nostro parco nucleare. In varie zone dell’Italia sono stoccati circa 60mila metri cubi di rifiuti radioattivi e più di 298,5 tonnellate di combustibile irraggiato. Molti di questi provengono dalle nostre quattro centrali nucleari dismesse: Latina, Garigliano (Ce), Trino (Vc), Caorso (Pc) che da sole hanno prodotto ben 55mila metri cubi di scorie. Impianti chiusi in seguito al disastro di Chernobyl (1986) con la vittoria del fronte ambientalista al referendum del 1987 che nel nostro Paese ha messo al bando l’energia atomica. Il governo Berlusconi, con la legge 99 del 2009, ha però deciso di riaprire le porte al nucleare. Entro il 2013 cercherà di avviare la costruzione della prima nuova centrale.
I reattori dei vecchi impianti sono stati spenti 23 anni fa. Ma tuttora sono in stato di «custodia protetta passiva»: in pratica ogni anno si continuano a produrre rifiuti radioattivi. La Sogin deve completare lo smantellamento entro il 2024. Per quella data la società è tenuta a riconsegnare i siti «senza vincoli radiologici». Quindi almeno sulla carta ci vogliono quasi quarant’anni dallo spegnimento al completamento della dismissione. Perché si tratta di un processo lungo, complicato e soprattutto molto costoso. La Corte dei Conti spiega che «il rilascio delle autorizzazioni relative alle istanze di disattivazione per le quattro centrali - trasmesse al ministero dello Sviluppo economico fra il 2001 e il 2002 - è condizionato dalla conclusione delle procedure di valutazione di impatto ambientale, i cui studi sono stati presentati nel 2003 al ministero dell’Ambiente ed integrati nel 2004 in relazione alle possibili alternative conseguenti il ritardo della disponibilità del deposito nazionale». Evidenziando che «le relative istruttorie si sono concluse positivamente per Caorso e Trino», mentre per quanto concerne Latina «al momento l’istruttoria è stata sospesa». In pratica lo smantellamento delle centrali è, di fatto, appena iniziato. Tanto che nel 2009 il volume dell’attività di decommissioning della Sogin è stato «più del doppio rispetto all’anno precedente e circa tre volte quello mediamente realizzato dal 2000 al 2006».
Per quanto riguarda la centrale di Trino è «in fase avanzata la progettazione delle attività per lo smantellamento dell’isola nucleare» che dovrebbe concludersi «entro il 2013». Va meglio a Caorso, dove a giugno 2008 «si è conclusa la demolizione delle torri Rhr di raffreddamento». Nel corso del 2009 «è iniziata la campagna di supercompattazione dei rifiuti tecnologici», mentre con la ditta svedese Studsvik «è stato siglato l’accordo per il trattamento e il condizionamento di circa 1.700 fusti di rifiuti», un contratto da 6,6 milioni di euro. Per la centrale di Latina a fine 2008 «è stato aperto il cantiere» per la «costruzione del deposito temporaneo» di scorie. Semmai il problema è che la Sogin l’11 dicembre 2008 «ha chiesto di sospendere la procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via), al fine di aggiornare il progetto di decommissioning della centrale sulla base di nuove soluzioni tecnologiche», anche se la Corte dei Conti sottolinea che questa fase «è stata pressoché completata». Nell’impianto del Garigliano a fine 2009 sono iniziati i lavori per «la costruzione di un nuovo deposito temporaneo» per «ampliare la capacità di stoccaggio dei rifiuti radioattivi», grazie all’autorizzazione arrivata «nel settembre del 2008 dall’Autorità di sicurezza nucleare». Il presidente di Greenpeace, Giuseppe Onufrio, sottolinea che «le esperienze passate ci dicono che i tempi di dismissione o di costruzione delle centrali nucleari si allungano sempre rispetto a quelli iniziali. Quindi nel parlare di nucleare dobbiamo sapere che i costi sono in crescita, non inseriti in quelli industriali del kilowattora, e i tempi indefiniti».
Dal 2003 gli impianti di ricerca sul ciclo del combustibile dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile (Enea), sono stati affidati alla Sogin. Si tratta dell’Eurex di Saluggia (Vc), l’Opec e l’Ipu della Casaccia (Rm) e l’Itrec di Rotondella (Mt). I giudici contabili spiegano che nel corso del 2008 «sono stati emanati i decreti di compatibilità ambientale» anche per realizzare l’impianto di cementazione dei rifiuti liquidi ad alta attività radioattiva, il cosiddetto Cemex, con annesso sito di stoccaggio. Sarà costruito in Piemonte, a Saluggia, un comune della provincia di Vercelli che già ospita il deposito di residui nucleari di Avogadro nel quale si trovano l’85 per cento delle scorie italiane. Tanto che il Cemex potrebbe presto diventare il deposito nazionale che vari governi hanno cercato di allestire da numerosi anni. Con un decreto dell’agosto 2009 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dato mandato alla Sogin di realizzarlo. Il clima, ora, potrebbe essere favorevole vista l’elezione del nuovo presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, che ha fatto però sapere di non aver ancora esaminato questa possibilità.
Da anni si cerca una sistemazione definitiva per le nostre scorie. Attualmente vengono trattate e “vetrificate” in Inghilterra dalla Nuclear decommissioning authority, l’ente di Stato preposto allo smantellamento degli impianti nucleari. Il combustibile, invece, arriva in Francia, presso l’impianto di Creys-Malville, in cambio dell’acquisizione «presso l’Areva di una equivalente quantità di plutonio». Molto usato per fini militari e probabilmente destinato alla centrale nella base di Pisa, le cui attività sono coperte dal segreto di Stato. Insomma: le redini del nucleare italiano restano saldamente nelle mani della Sogin. Chissà che la marcia indietro sul commissariamento della società non sia collegata con le dimissioni del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, il “paladino” del ritorno al nucleare.
Dall’analisi dei giudici contabili viene fuori inoltre che per il decommissioning «nel 2008 sono stati sostenuti costi per 46,4 milioni di euro», manutenzione esclusa. Con un bilancio netto «aumentato del 334%, raggiungendo 1.577 migliaia di euro rispetto ai 393,4 del 2007» e utili per «8,6 milioni di euro (contro i 4 del 2007)». Durante il 2009 dagli oneri sulle bollette elettriche sono arrivati 450 milioni per lo smantellamento del nucleare. La Corte dei Conti aggiunge anche che l’Agenzia delle dogane a maggio 2008 ha condotto «una verifica sulle fatture intracomunitarie registrate nel 2006, conclusasi con la redazione di un processo verbale di constatazione». Il Fisco ha contestato alla Sogin due infrazioni, una delle quali «riguarda il mancato inserimento nei mesi di febbraio, giugno e agosto 2006 di acquisti (intracomunitari) effettuati da un fornitore Belga». Ipotizzando un’evasione dell’Iva.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







