In tredici sotto accusa
CASO CUCCHI. I pm firmano la richiesta di rinvio a giudizio per sei medici, tre infermieri, un funzionario e tre agenti. I gravi capi d’imputazione attestano che il giovane è stato prima picchiato e poi abbandonato a se stesso.
«Ce lo aspettavamo e ce lo auguravamo», è stato il commento dell’avvocato che assiste la famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, appena resa nota la notizia della richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Roma. Tredici persone, infatti, da ieri sono formalmente accusate di essere a diverso titolo responsabili nella vicenda che ha portato al decesso il giovane geometra romano vittima di pestaggi e omissioni seguiti al suo arresto per possesso di droga lo scorso ottobre. I due pm Vincenzo Barba e Francesca Maria Loy hanno così confermato quello che era risultato a fine aprile dalla chiusura delle indagini preliminari.
Abuso di potere, calci e violenze da parte di tre agenti penitenziari. Omissione di cure, abbandono di persona incapace aggravato dalla morte, false certificazioni gli addebiti indirizzati ai sei medici e ai tre infermieri dell’ospedale Pertini dove Cucchi si è spento. Sotto accusa anche un funzionario dell’amministrazione penitenziaria. Quelle che si prefigurano «sono tutte pene pesanti, che garantiscono l’effettiva esecuzione della pena detentiva», ha spiegato Anselmo, precisando però che «l’imputazione è ancora fluida». Secondo indiscrezioni, i due magistrati starebbero spingendo per fissare l’udienza preliminare prima dell’estate.
Si conosce già il gup che dovrà decidere l’apertura del processo: si tratta di Rosalba Liso, di recente destinazione al foro romano, autore della condanna a sette anni di “Svastichella”, il quarantenne che aggredì l’estate scorsa due omosessuali fuori da un locale romano, e primo giudice in Italia a riconoscere come parte lesa anche l’associazione Arcigay. Verosimile, dunque, che le parole della Procura vengano accolte anche se, ha avvertito il legale della famiglia, «uno dei punti nodali è rappresentato da ciò che presenterà la difesa dei tre agenti penitenziari, che potrebbe far ricadere sui Carabinieri la responsabilità dei fatti. Dal canto nostro - ha aggiunto - tenteremo di affermare in udienza l’accusa di omicidio preterintenzionale a loro carico, che riteniamo non incompatibile con l’imputazione imbarazzante che riguarda i medici».
Chi ha avuto in custodia Stefano, ha ricostruito l’accusa, «abusando dei poteri, spingendo e colpendo con calci, lo faceva cadere a terra e gli cagionava lesioni personali [...] dalle quali derivava una malattia della durata tra 20 e 40 giorni». Chi lo ha avuto in cura al Pertini «ometteva di adottare i più elementari presidi di assistenza, certamente idonei a evitare il decesso» che fu, hanno scritto i due pm, «certificato falsamente come morte naturale»; «la cartella clinica indicava condizioni generali buone, stato di nutrizione discreto [...] dati palesemente falsi: il paziente era allettato, impossibilitato alla deambulazione, con apparato muscolare ipotonotrofico tanto da indurre a praticare terapia indovenosa per l’assenza di sufficiente muscolatura».
Circostanze, queste, che risultano anche dal lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio sanitario e che hanno sempre spinto la famiglia Cucchi a sostenere che, nonostante tutto, Stefano poteva essere salvato.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







