Tutta l’Italia in piazza
SCIOPERO. Da Palermo a Mestre, da Genova a Perugia ma anche a Roma, Napoli, Bologna e Cagliari, decine di migliaia di persone bloccano il Paese. Sono i lavoratori che non vogliono pagare la crisi.
Serviva una grande risposta da parte del mondo del lavoro che ora è arrivata. Centinaia di migliaia di persone (un milione secondo gli organizzatori) hanno affollato ieri le piazze di tutta Italia per rispondere all’appello lanciato dalla Cgil contro la manovra economica del governo, in discussione in Parlamento. Da Palermo a Mestre, da Genova a Perugia ma anche a Roma, Napoli, Bologna, Perugia, Cagliari, le “crisi d’Italia” hanno bloccato il Paese (ad eccezione di Piemonte, Toscana e Liguria, dove lo sciopero generale si terrà il 2 luglio). I lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore (la metà per il settore privato), con adesioni altissime un po’ ovunque. A Napoli, al corteo guidato da una rappresentanza dei lavoratori di Pomigliano d’Arco, erano circa 60mila persone. A Roma erano 40mila, a Milano 70mila, circa 10mila a Cagliari. Anche a L’Aquila, dove era presente il leader della Fiom Maurizio Landini, in piazza erano in 10mila. Adesione record a Bologna, dove da tutta l’Emilia Romagna sono arrivati addirittura 100mila manifestanti.
C’era voglia di dire basta, di farsi sentire, ma anche di ritrovare unità all’interno del primo sindacato d’Italia dopo le frizioni dovute ai numerosi attacchi subiti in questi ultimi mesi. Riforma del lavoro e arbitrato, innalzamento dell’età pensionabile, modifica dello statuto dei lavoratori sono solo gli ultimi fronti che hanno visto impegnata, nel più completo isolamento, il sindacato “rosso”. Ma c’era anche voglia di rispondere ai dubbi della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che ieri si chiedeva: «Contro cosa scioperano?». In piazza contro questo governo che ha negato la crisi fino a ieri ma anche per opporsi agli imprenditori che barattano lavoro con i diritti, è stata la risposta dei lavoratori dell’Agile-Eutelia, di Pomigliano d’Arco, di Termini Imerese, della Piaggio, del porto di Ravenna, della Indesit di Milano e della Sevel (gruppo Fiat) della Val di Sangro.
Ma in strada c’erano anche insegnanti, ricercatori, magistrati, poliziotti, avvocati, giornalisti, medici e farmacisti che condividono le ragioni di questo sciopero. La manifestazione principale è stata quella di Bologna, per ricordare anche la morte dell’operaio di Ravenna caduto giovedì scorso da una gru. Sul palco del capoluogo romagnolo c’era Susanna Camusso, della segreteria Cgil, in sostituzione del leader Guglielmo Epifani volato in Canada per il congresso della Confederazione internazionale dei sindacati. La Camusso ha parlato in una piazza Maggiore stracolma, troppo piccola per accogliere tutti. «Mentre il governo ci diceva che andava tutto bene - ha ricordato la futura segretaria della Cgil - noi ci chiedevamo in quale Paese stavamo vivendo. Ora, di colpo, la crisi c’è, ci dicono che dobbiamo fare sacrifici e che la manovra ce l’ha chiede l’Europa. Ma se tutto andava bene allora cosa dobbiamo pagare? I vostri errori forse, l’inutile attesa. Noi - ha proseguito la Camusso - in maniera responsabile siamo pronti ai sacrifici ma che non siano i soliti noti a pagare.
Però non dicano che esiste solo la strada indicata dall’allegato alla riforma del lavoro che vieta la libera scelta di ricorrere all’arbitrato o quella della manovra che licenzia e soffoca l’economia italiana. Bisogna chiedere a chi ha di più di contribuire in base alle proprie risorse. Perché non si colpiscono le rendite finanziarie e i patrimoni sopra gli 800mila euro ora tassati a livelli più bassi d’Europa? Bisogna liberare risorse detassando i redditi da lavoro e le pensioni, solo così si esce dalla crisi. Noi i diritti non li barattiamo - ha poi aggiunto, ricordando lo strappo sulle pensioni - ci hanno detto ancora una volta che lo ha chiesto l’Europa, ma noi rispondiamo che l’Ue ci ha imposto la parità non di allungare l’età lavorativa». Guardando poi a quanto sta accadendo a Pomigliano d’Arco, la Camusso ha lanciato anche un grido di unità: «La Fiom è fortemente rappresentativa e non se ne può fare a meno anche perché non poniamo mille problemi ma due: non è giusto penalizzare i malati veri se c’è assenteismo e non si deve intaccare il diritto di sciopero».
La risposta dal corteo napoletano non tarda ad arrivare: «Questa è la Cgil che vogliamo», spiegano da Napoli, dove la manifestazione è stata aperta da una delegazione dello stabilimento Fiat di Pomigliano, per terminare a Piazza Matteotti con l’intervento di Fulvio Fammoni, segretario confederale. Al loro arrivo sotto al palco i lavoratori sono stati accolti con pugni chiusi e applausi anche dai fotografi e operatori tv, che per un momento hanno smesso di cercare immagini per dimostrare la loro solidarietà. Non sono mancati momenti di tensione, soprattutto quando un furgone della Fiom ha lanciato slogan contro la Cgil ai piedi del palco. A raffreddare gli animi, l’intervento di un lavoratore della Fiat. «Oggi lanciamo un segnale chiaro: noi non ci stiamo - ha detto l’operaio -. Lo dice tutto il mondo del lavoro, non solo Pomigliano».
Subito dopo ha preso la parola il segretario Fammoni: «Questa è l’Italia vera non quella del falso ottimismo. La gente che lavora merita di avere risultati e questa manovra non li dà, perché non prende nemmeno in considerazione la questione lavoro. Come non fosse un loro problema. Fra poco scadrà la cassa integrazione, che si fa? Diciamo alle imprese che è meglio licenziare? Per Pomigliano serve una nuova soluzione condivisa da tutti». Parole giunte fino a L’Aquila e accolte da un mare di bandiere rosse. In Abruzzo, a parlare tra le macerie, c’era proprio il segretario della Fiom, Maurizio Landini: «La Fiat si fermi e abbia il coraggio di trattare. Di danni ne hanno già fatti abbastanza e senza il consenso di tutti quelli che lavorano non si va da nessuna parte. Noi siamo pronti alla trattativa».
Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil, da Mestre accusa che «c’è chi ha lavorato per dividere il sindacato. E la divisione indebolisce i diritti e le condizioni del lavoro». Bandiere rosse e slogan contro il governo anche a Milano dove in una Piazza Matteotti gremita ha parlato Enrico Panini, della segreteria nazionale della Cgil. Dal palco una lavoratrice di Costa Adriatica, Mariella Martinelli, con un tricolore sulle spalle ha ricordato gli attacchi alla Costituzione: «C’è chi ha lottato per averla e ora c’è chi lotta per difenderla, non se ne può più».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







